lunedì 8 giugno 2009

V for Vendetta


V for Vendetta rappresenta per molti l’altra faccia della medaglia di Watchmen. Se quest’ultimo è frutto del cristallino genio e di una riflessività simmetrica e geometrica, V for Vendetta scaturisce dall’urgenza viscerale dell’apologo morale.
Entrambi sono comunque dei fumetti-fumetti, non derivativi, privi di apparentamenti sostanziali con la celluloide e proprio per questo sembravano dei fumetti non filmabili, che non avrebbero potuto reggere il passaggio mediale, se non correndo i rischi di snaturamento di senso (From Hell) o di ridigestione per minus habentes (La leggenda degli uomini straordinari) di altre opere di Moore. Watchmen è ancora in fase di preproduzione (da anni), ma V for Vendetta è approdato ad Hollywood, prodotto dai matrixiani Wachowsky bros e diretto dal loro assistente James McTeigue.
Tutti spunti, questi in premessa, che non lasciavano presagire un trattamento cinematografico degno e alla visione dei primi trailer i timori si amplificavano e inducevano al sospetto di un superfighetto action movie fatto, mangiato e predigerito.
E invece no.
Pur rinunciando a una trasposizione filologicamente ineccepibile e prendendo una strada alternativa a quella percorsa da Rodriguez con Sin City, i Wachowsky (anche sceneggiatori, oltre che produttori) e McTeigue mantengono intatto il senso originario dell’opera di Moore e Lloyd, pur procedendo per semplificazioni.
Una materia tanto incandescente, le istanze anarchico-rivoluzionarie del fumetto, difficilmente avrebb retto all’interno di una grossa produzione hollywoodiana, se non in qualche modo addomesticata e addolcita (e infatti, ad esempio, la pellicola non contempla alcun riferimento agli USA, così come vengono rivisti o ignorati alcuni momenti “forti” e ambigui del fumetto), ma non si può non riconoscere all’intera operazione il merito di tenersi in apprezzabile equilibrio.
La regia di James McTeigue – qui all’opera prima e portata a termine in maniera promettente - è sobria e discreta, i momenti puramente d’azione della vicenda si amalgamano al tono generale e rifuggono gli stilemi tanto in voga, per puntare più sull’efficacia narrativa che sulla mera gratificazione visiva, tanto da riuscire a pagare la tassa del necessario titillamento del pubblico adolescente, ma senza svilire la necessità di “ciccia” di quello adulto.
McTeigue mostra mano salda nella messa in scena, delle efficaci e convincenti scelte registico-visive e la sua verve è assecondata da un montaggio, una fotografia e una ricostruzione scenografica in ottima empatia.
I pregi del film risiedono inoltre nelle qualità del cast attoriale, a cominciare dal bravo e convincente protagonista, Hugo Weaving (l’agente Smith della trilogia di Matrix), per proseguire con la dolente e malinconica Natalie Portman, il classuosissimo John Hurt e i misurati Stephen Rea e Stephen Fry, così come tutto il cast di buoni comprimari.
Ciò che perplime, invece, è la mancanza di approfondimento nella creazione del substrato d’ambientazione: il regime dittatoriale (e soprattutto le sue conseguenze) che vessa la Londra distopica mooriana, nel film è più imposto apoditticamente e aprioristicamente che narrato come sarebbe stato necessario, tanto che il rischio di ritenere l’operato di V ai limiti del pretestuoso riverbera fastidiosamente per l'intera durata della pellicola. Infine, il lavoro di sintesi e semplificazione/trasposizione, pur rispettoso e riuscito come sopra già discusso, pecca di coraggio e intraprendenza e si slabbra in un deludentissimo finale, intriso di retorica demagogica da Bignami.
Emiliano Longobardi