giovedì 4 giugno 2009

Ultimate X-Men - novembre 2002


Ultimate X-Men di Mark MillarAdam KubertAndy Kubert su Ultimate X-Men nn. 1- 9, spill. a colori, 2,50 euro Panini Comics

Mark Millar avrebbe un brillante futuro come regista, se solo lo volesse. Per sua stessa dichiarazione, infatti, il ciclo che ha prodotto per Ultimate X-Men (destinato a concludersi con il numero 32 americano) rappresenta la sceneggiatura del film che avrebbe sempre voluto girare sugli allievi del professor Xavier e, dal successo che sta avendo il comic book, sarebbe sicuramente stimolante tentare un’effettiva trasposizione su pellicola, anche solo per scoprire quale sarebbe la reazione critica di un pubblico così vasto come quello del cinema.
Per quanto mi riguarda, sono già al botteghino ad aspettare, ma nell’attesa continuo a leggere e rileggere i 17 episodi sinora tradotti nella lingua che più mi fa comodo e –avvenimento degno di nota– non riesco ad annoiarmi. D’altro canto come sarebbe possibile, con un fumetto così vivido ed a tratti geniale?
Per dirla nel modo più breve, conciso e compendioso che mi sovvenga, Ultimate X-Men è essenziale: non sarà un capolavoro tecnico come V for Vendetta, non sarà portatore di significati politici come Authority, non farà cruda e pungente satira di costume come X-Force, ma è uno dei migliori fumetti d’azione che io abbia mai letto, e tanto mi basterebbe, se poi non fosse anche altro. In particolare, UXM è parte integrante ed imprescindibile di una recente corrente di pensiero volta ad analizzare e rivedere un aspetto che costituisce il pilastro portante della categoria stessa dei comics: se Miller e Moore negli anni ’80 rivedevano da cima a fondo il modo di intendere il concetto di superuomo e supereroe sino ad allora imperante, esasperando le pulsioni distruttive ed autodistruttive dei personaggi, oggi possiamo parlare di una sorta di sublimazione della condizione post-umana, con superesseri che acquisiscono coscienza di sé in modo più o meno palese e se ne compiacciono.
Tutto questo grazie a Grant Morrison (JLA), Warren Ellis (Authority) e naturalmente Mark Millar, che ha fatto di questo epicureo presupposto il proprio marchio di fabbrica, realizzando in rapida sequenza tre lavori caratterizzati da una freschezza di fondo e da una notevole evoluzione nello stile: dalla sua irriverente e dissacrante Authority ai promettenti Ultimates, passando proprio per Ultimate X-Men, che sinora reputo la sua fatica più significativa.
La questione, nell’aderire al suddetto filone neorevisionista, non si risolve nello sconvolgere radicalmente i personaggi per vantarsene con gli amici: si dovrebbe piuttosto parlare di uno sforzo encomiabile nel guardare a characters noti con occhio diverso dal solito, adottando un punto di vista che offre possibilità considerevoli, in quanto le idee di fondo sono le stesse di trent’anni fa, ma il tutto è studiato per essere più attuale, più vicino alle esigenze di odierni grandi e piccini.
Sconvolgere, al contrario, vorrebbe dire non attenersi minimamente alle regole ed alle necessità del tipo di narrazione: sarebbe come decidere di scrivere un giallo in cui il colpevole sia Babbo Natale, Dracula o magari lo stesso investigatore, oppure dove si scopra che la vittima si è suicidata… Certo, è un’ipotesi interessante, ma dubito che certi sperimentalismi sarebbero apprezzati dai fans più ottus… più affezionati e conservatori. In realtà, non ho problemi a comprendere le motivazioni dei più scettici sul lavoro di Millar, ma mi permetto di non condividerle: purtroppo o per fortuna, lo scrittore scozzese divide abbastanza nettamente i suoi sostenitori dai suoi avversatori, ed è normale che sia così, quando la discussione tra questi si riassume nel fatto incontrovertibile che piace agli uni per le stesse ragioni per le quali è inviso agli altri…

Personalmente, torno a ripeterlo, trovo il modus operandi di Millar veramente accattivante: è riuscito a creare un’atmosfera coerente all’interno del fumetto, gestendo le relazioni tra i personaggi con vera maestria, senza mai tradire la psicologia dell’uno o dell’altro ed orchestrando gli eventi in maniera logica e sequenziale, affinchè il lettore non abbia mai l’impressione che ci siano vuoti narrativi, nemmeno nel caso di storie “laterali” come la minisaga con l’esordio di Gambit nell’Ultimate Universe, durante la quale gli X-Men compaiono in due vignette, o “Un mondo diverso è possibile”, episodio di transizione che ha il merito di chiarire alcuni punti lasciati volutamente in sospeso dall’autore nelle storie precedenti, per introdurre il ciclo narrativo attualmente in corso di pubblicazione nel nostro Paese, World Tour, dove vediamo l’effetto della decisione di rendere pubblica l’esistenza degli X-Men da parte del Professor Xavier, che porta avanti la propria speranza di pacifica convivenza tra umani e mutanti facendosi accompagnare dai suoi allievi in un tour mondiale di promozione del suo libro.
Naturalmente, l’evento coinciderà con la cataclismatica entrata in scena di Proteus, legato alla dottoressa Moira MacTaggert (altra new entry, insieme agli agenti Betsy Braddock e Dai Thomas dell’agenzia di spionaggio S.T.R.I.K.E.) ed allo stesso professor X da un rapporto ancora non del tutto chiaro. Nel contempo, l’X-Man Colosso pare aver riallacciato le relazioni con la mafia russa per la quale contrabbandava armi prima di tornare sulla retta via… ammesso che di retta via si tratti, visto che la vita privata del mentore del gruppo sembra nascondere particolari ai quali per ora si accenna solo, ma che potrebbero in seguito assumere maggiore influenza sul nostro modo di guardare al calvo telepate (e telecineta, per chi ci tenesse) paralitico ed ai suoi progetti: scopriamo che esiste qualcuno che finanzia dall’alto il suo lavoro, ed inoltre veniamo a conoscenza di una nuova scuola per giovani dotati, meno recente di quella ufficiale ed anche meno ortodossa, per ciò a cui siamo abituati.
Evito di dilungarmi troppo sulla fabula e sulle sue implicazioni strettamente narrative per paura di fare troppe anticipazioni rovinando a qualcuno il sacro piacere della lettura, e d’altra parte mi permetto una riflessione: il gruppo “definitivo” degli X-Men, i supereroi con superproblemi del nuovo millennio, è l’espressione dell’avvenuto riconoscimento da parte dell’autore del potenziale non sfruttato di personaggi ormai stravisti in tutte le salse, di cui egli riesce invece a mostrarci lati nuovi, aspetti sinora insondati, dando un taglio veramente interessante ad una serie che, nelle mani sbagliate, sarebbe stata null’altro che una riproposizione delle vecchie avventure mutanti, con più computer nelle vignette e costumi alla moda, destinata ad una rapida fine, dopo l’immancabile boom iniziale di vendite.
Rimanendo sul piano delle congetture personali, mi sorge spontaneo (abbastanza spontaneo…) il parallelo tra Millar e l’aedo della cultura greca arcaica, utile suffragio alla mia tesi: innanzitutto è pedantemente necessario specificare che, al contrario di ciò che pensano i detrattori dello scrittore scozzese, i Greci del decimo secolo a.C. non lo avrebbero considerato un rapsodo, un “cucitore di canti”, che recita pezzi già esistenti da lui riorganizzati in una nuova sequenza narrativa, bensì un vero e proprio aedo, reale autore del testo, che inserisce consapevolmente nel suo lavoro elementi che fanno parte della cultura collettiva. Prende ciò che c’è di buono nel mos maiorum (Lee-Kirby-Claremont) e lo reinventa per il pubblico di oggi, alle cui preferenze deve sottostare, e come il cieco cantore ellenico, nella ricerca del rapporto empatico con gli spettatori, faceva riferimenti alla quotidianità e sceglieva situazioni tipiche che coinvolgessero emotivamente l’uditorio e ne mantenessero viva l’attenzione, così Millar avvicina al lettore i già poliedrici personaggi, ponendoli spesso su di un piano umano molto più che post-umano, fermo restando quel che affermavo prima riguardo alla comprensione delle proprie reali possibilità (e spettacolarità) da parte dei protagonisti. Inoltre, stiamo parlando di un fumetto nel quale azione, intrigo, umorismo, filosofia e disegni creano una miscela uniforme, opera di elevato valore artistico, sebbene si tratti indiscutibilmente di una serie mainstream, non dedicata in partenza a palati fini, diretta al contrario ad accontentare tutti e a non avere limiti di target.
Nominavo i disegni, mediamente ad altissimi livelli grazie alle capaci mani dei fratelli Kubert (purtroppo si avverte la temporanea assenza di Andy, dovuta all’impegno di Origini), in grado di riassumere in una sola illustrazione i significati di un’intera didascalia –tanto più che il comic book ne è privo. La parte grafica accompagna, segue e talvolta addirittura precede la narrazione, esemplificando al lettore tutto il necessario alla piena comprensione degli eventi, arricchiti di inattese ma essenziali sfaccettature. Concludendo, che dire: alla faccia di chi ci vuol male… e pensa che Quesada abbia snaturato ed annichilito i suoi personaggi preferiti, con le serie Ultimate.
Youngest

P.S. Mi rendo conto di aver solo cantato le lodi di Millar & Co.: a questo punto l’intero pezzo potrebbe essere ritenuto poco valido a livello critico perché di parte, e quindi esprimo il mio più grave disappunto per una cosa che mi urta davvero molto: il logo. Orribile, voglio la testa dell’autore di tale offesa all’estetica…