lunedì 8 giugno 2009

Sky Captain and the World of Tomorrow


Sky Captain and the World of Tomorrow, regia di Kerry Conran, 2004

Il "sense of wonder" è vivo, sta bene e abita nei computer.
“Sky Captain & The World of Tomorrow”, film in cui gli attori sono sempre stati ripresi su fondo blu, in cui tutti i set e molti degli oggetti sono virtuali, è forse il film adatto (come e più de “Il Signore degli Anelli”, film più vasto e riuscito, ma meno “radicale”) a siglare la nascita, finalmente, di una vera poetica del digitale.
Cosa intendo per "poetica"? Semplicemente, la capacità di creare situazioni visive, ambientazioni, in cui veramente il senso di incredulità si sospenda, e si creda veramente a quello che si vede. La capacità di narrare una storia in grado di "prendere" lo spettatore tanto da fargli dimenticare che sta vedendo qualcosa che non esiste.
Il che non è niente di nuovo: nei vecchi western, le facciate delle case sono solo... facciate! E sono proprio quei film western, e ogni genere di film, magari di serie B, che porti con sè l'ideale di una fantasia sbrigliata, bambina, "ingenua", a respirare di nuovo in “Sky Captain”.
Che ha i suoi punti di forza in due capisaldi: primo, un'ottima impostazione estetica. Il look, in sostanza. Secondo: una squadra di attori che ci crede.
La parte visiva è una gioia per gli occhi: scorrono davanti ai medesimi tutti i possibili sfondi dell'avventura più bambina, appunto, da una New York che non è mai stata tanto “naturalmente”, immediatamente New York, se non nelle confuse memorie di un vecchio film di Humprey Bogart; alle vertiginose montagne tibetane: un campionario che pesca abbondantemente dai "vecchi", vecchissimi "narratori del fantastico" di cui anch'io a malapena posso citare qualche nome: Raymond, Caniff...
Siamo in presenza, cioè, di una riappropriazione generazionale che di generazioni ne salta quattro o cinque. Un'estetica nata nelle riviste pulp degli anni '40, che a dispetto di tutto è sopravvissuta ai margini dell'immaginario e ora torna con tutta la sua capacità di fascinazione. Al di là di disegnatori di fumetti più o meno bravi, più o meno dotati, questo film mi ha fatto pensare ai veri signori dell'illustrazione, quelli che per tutti noi hanno creato il concetto primitivo di "città americana" o di "montagna tibetana" senza che nemmeno noi ce ne accorgessimo.
Una riappropriazione che è un vero trend culturale: mai come ora c'è un diffuso interesse per gli autori delle copertine di “Weird Tales” degli altri pulp da due soldi: basti pensare a come Alan Moore ne ha fatto uno dei cardini del suo fumetto “Promethea”, sempre a cavallo fra amorosa citazione e omaggio.
Altro retaggio della tecnica fumettistica presente nel film è l’uso della luce. Anche qui, il computer consente di creare punti di illuminazione e di buio impossibili nella realtà. Per questo nella realtà granulosa di “Sky Captain”, fatta di toni grigi e seppia, i visi si “aprono” di una luminosità propria, e una luce spot fisicamente impossibile si fa strada sotto la visiera del cappello di Gwyneth Paltrow per illuminarle gli occhi.
Un uso della luce assolutamente non realista: la luce diventa, proprio come nel fumetto o nel cinema espressionista (e viene da domandarsi cosa potrebbero fare oggi, con queste tecniche, tipi poco racomandabili come Wiene, Lang, Freund e Wegener…), uno strumento narrativo, un ausilio psicologico per definire i personaggi.
L'altro capisaldo: gli attori. Il film, che collasserebbe su se stesso se lasciato al solo impianto visivo, trova la carta vincente in un gruppo di attori che si diverte e recita dei perfetti clichè, ma credendoci. E' tutto enfatico, la gamma delle espressioni deriva, anche qui, dai fumetti: esprime la certezza priva di ogni possibile dubbio, la determinazione pura e incontaminata, lo stupore più denso dell’aria… ma loro le sanno portare, senza alcuna insicurezza, divertendo come nella grande, grandissima tradizione dei caratteristi americani, signori attori che non disdegnavano di fare gli scienziati pazzi.
E così abbiamo Jude Law, che si prende in giro per primo con il suo sguardo languido, e la Paltrow che recita tutto il film quasi con le sole labbra, e la Jolie che è Nick Fury dei fumetti Marvel, con tanto di Helicarrier dello Shield. Personaggi che non hanno senso in sé, ma che lo trovano negli ingranaggi della storia. Sono veicoli per la storia, che nella storia trovano giustificazione.
Infine, l’ultimo grande debito verse le “strisce” disegnate di “Sky Captain” è la costruzione narrativa, in cui ogni sequenza è virtualmente una striscia, e si conclude con una sorpresa, un mistero, un “cliffhanger”, rimandando alla successiva.
Una costruzione del genere implica un gioco all’accumulo, con il classico schema “e come se la caverà adesso?” analizzato anche da Stephen King, che rimane il primo e migliore motore della narrativa avventurosa.
Un ottimo esempio è la scena in cui lo spettatore scopre che l’aereo di Joe si trasforma in sottomarino. Una scena di una gioia indescrivibile, che recupera tutti i “trucchi” dei bambini che giocano (e barano) e, al tempo stesso, l’abilità narrativa dei grandi affabulatori, che sapevano creare una “sorpresa”, un “modo per cavarsela”, assolutamente versosimile. Ecco, è proprio la “verosimiglianza della meraviglia” la qualità di cui “Sky Captain” si può in gran parte fregiare.
Sempre per citare Stephen King, è un po’ come in “Misery” in cui lo scrittore prigioniero cerca dei modi narrativi per resuscitare il personaggio di Misery, che aveva ucciso nel suo ultimo romanzo, ma tutti i suoi tentativi vengono bocciati dall’infermiera, che nella sua ignoranza “culturale” ha un ottimo fiuto per la “meraviglia verosimile”. Qualità che al cinema fantastico in genere mancava da parecchio tempo.
Tuttavia, lo schema ad accumulo che, diluito nelle strisce quotidiane o nei romanzi d’appendice, trova un suo naturale equilibrio, in un evento continuo come un film assume una tale accellerazione che rischia di procedere unicamente per inerzia, rotolando come una valanga. Il finale risolutore non è esente da pesantezze e da buchi di sceneggiatura, compresi un paio di misteri non proprio spiegati (a cosa servivano quelle benedette provette?). Ma anche questo, se vogliamo, fa parte della grande tradizione delle storie d’avventura.
Pietro Meroni