domenica 7 giugno 2009

Sin City: recensione contro - 2005


Sin City, diretto da Robert Rodríguez e Frank Miller

Uno sguardo dall’alto: l’ultimo peccato della città del peccato…recensione contro SIN CITY

Conviene dirlo subito a scanso di equivoci: SIN CITY non è un bel film, è senz’altro un’opera sperimentale e affascinante, coraggiosa ed innovativa nell’uso degli effetti speciali, ma NON è un bell’esempio di arte cinematografica. Il più grave difetto del film di Rodriguez risiede proprio nell’aspetto meno discusso, naturalmente a mio avviso, di quest’adattamento, ossia l’effettiva tenuta della sceneggiatura, anche da un punto di vista morale (fondamentale per un racconto noir).
Conviene procedere con ordine: il film adatta quattro storie, tre lunghe ed una brevissima, del fumetto di Frank Miller e le dispone una dopo l’altra, anche se non rispetta una precisa successione cronologica (nell’ultimo episodio compaiono brevemente Marv e Jackie Boy, visti morire in precedenza). L’adattamento operato dal film è assolutamente fedele al fumetto originale, tanto che sfogliandone le pagine è possibile ritrovare pressoché identici dialoghi, personaggi ed inquadrature. Giustamente, Rodriguez ha fatto togliere dai titoli di testa l’accreditamento per la sceneggiatura, in quanto non di riscrittura si tratta, ma di adattamento: Frank Miller è il vero sceneggiatore e i suoi fumetti fungono già da storyboard per le riprese.

SIN CITY, il film, dà vita e animazione alla staticità della pagina disegnata, ponendosi come pietra angolare per il futuro dei rapporti tra cinema e fumetto. SPIDERMAN, BATMAN e X-MEN continuano a pensare cinematograficamente e traducono in termini cinematografici personaggi e situazioni nate sulla carta: non a caso, il problema più vistoso è stato quello di rendere plausibili, almeno visivamente, i personaggi, preoccupandosi di raccontarne le origini, quasi per giustificarsi nei confronti dello spettatore, ed usando gli effetti speciali per creare sospensione di incredulità (i superpoteri devono essere credibili, altrimenti si scade nel grottesco: la tela dell’Uomo Ragno è organica, Batman usa una tuta di Kevlar etc). SIN CITY si spinge più in là e dimentica ogni pretesa di credibilità per costruire un mondo volutamente falso, popolato da personaggi iconici e bidimensionali, che esauriscono il loro senso nei pochi minuti che compaiono sulla scena: sono quello che appaiono, mentre l’insistenza sulle origini e sui vari sensi di colpa di altri supereroi tradotti sulla schermo serviva a renderli vivi e verosimili.

SIN CITY, il fumetto, gioca con le convenzioni del cinema e della letteratura noir, mischiandole con l’eccesso e la parodia tipiche del fumetto supereroistico: Miller usa il contrasto di luce per tagliare la pagine come se al posto della matita avesse un coltello e tagliati col coltello sono le anime che popolano Basin City; assassini, psicopatici, prostitute, poliziotti sono figure, ombre, proiettate sulle pareti dei palazzi. Questi personaggi non sono mai autonomi, ma esistono in quanto rimandano agli archetipi del racconto letterario e dei generi noir e poliziesco. Miller ha costruito il proprio personale universo come un omaggio, esagerato e grottesco, al suo genere preferito (cosa già visibile in DAREDEVIL e BATMAN). In SIN CITY, non esiste differenza tra sfondo e personaggio, tra la scena dell’azione e chi popola la scena: il processo di stilizzazione, bidimensionale e iconico, rende l’intero fumetto un’operazione grafica: non esiste una dimensione morale od umana che vada oltre quello che si vede sulla pagina, che appesantirebbe la lettura, dandole una parvenza di realismo assolutamente deleteria.

Il film di Rodriguez tenta di tradurre sullo schermo tale proposito, purtroppo non riuscendoci del tutto e il fallimento del film risiede nel contrasto tra la finzione della messa in scena (gli sfondi animati in digitale, i dialoghi mai naturali etc.) e la violenza rappresentata, che gli attori in carne ed ossa rendono vera e palpabile. A Rodriguez sfugge il processo di astrazione e successiva stilizzazione (quasi come nel teatro Kabuki). Il film gira a vuoto, incapace di costruire un mondo chiuso e regolato da proprie leggi, come appunto fa il teatro Kabuki, libero da qualsivoglia realismo: la fine del film, anche se segnata dall’apparizione del sicario visto all’inizio (l’attore Josh Hartnett), non conclude la storia, né si pone come finale aperto, né libera lo spettatore dalla responsabilità di dare un senso morale alla vicenda (punendo la giovane e traditrice Becky). Ogni personaggio del film è segnato da colpe e tragedie, ogni personaggio ha un motivo per cercare vendetta o per sfuggire alla vendetta di qualcun altro…Goldie, anche se vittima, non è meno innocente; Marv è un reietto, ma la sua rabbia non giustifica tutta la sua efferatezza; Jackie Boy non è un santo, ma la sua morte non è giustificata, almeno non del tutto; le prostitute difendono il loro territorio, ma è ben chiaro che provano piacere nel massacrare i loro nemici. Manca al film un punto di vista che dia senso all’intera operazione, in quanto l’eccessiva violenza inscenata (davvero troppa, per due ore lo spettatore è davvero messo alle strette) non è affatto liberatoria, come potrebbe essere in un film horror, dove la punizione finale del mostro chiude il senso della storia.
SIN CITY è un film che va visto senza dubbio, una tappa importante nell’uso delle nuove tecnologie a scopi narrativi, ma è un film che va preso anche per quello che è: un fallimento artistico, interessante quanto si vuole, ma sempre un fallimento. Mi viene da pensare a PULP FICTION, un film che ancora adesso influenza il modo di fare cinema. La violenza, davvero una parodia, ivi rappresentata non disturba né nausea, poiché è ben chiara la linea di confine trarealismo e comicità. PULP FICTION racconta un universo autoreferenziale e chiuso (aiuta in questo la conclusione del film esattamente come era iniziato), dove non esiste rimando morale per la violenza prodotta: chi muore non soffre e scompare quasi sempre fuori scena, i personaggi non si prendono sul serio, troppo stupidi o insulsi per farlo. PULP FICTION sembra davvero esistere come un cartone animato di Tex Avery.
SIN CITY manca di leggerezza e comicità, troppo serioso quasi ai limiti della noia, troppo preso dall’essere assolutamente fedele alla matrice originaria per porsi in discussione, troppo consapevole della propria eccezionalità: troppo poco iconico per giungere all’astrazione (che a PULP FICTION riesce), troppo poco realistico per funzionare come racconto di genere. La violenza in SIN CITY disturba, proprio in quanto fatta risaltare nella sua brutalità dall’eccesso di finzione del racconto, è come se fosse messa sotto una lente di ingrandimento. Astratta in questo modo da un contesto realistico, ma esibita nei suoi particolari con crudezza, il rischio di SIN CITY è di rasentare l’immoralità.
SIN CITY dimostra che cinema e fumetto viaggiano su due binari paralleli, due linguaggi con la propria grammatica e che, ciò che funziona per l’uno, non funziona per l’altro. Rodriguez è un regista coraggioso, l’aver sbagliato un film, come questo poi…, non pregiudica, artisticamente, la sua carriera, ma richiede un aggiustamento di rotta: se SPY KIDS, o DAL TRAMONTO ALL’ALBA, funziona come gioco cinematografico e complicità con lo spettatore, SIN CITY perde il proprio senso di esistere perso tra la sua non volontà di essere parodia o la sua incapacità di essere realistico fino in fondo.
Mi domando se un film d’animazione avrebbe funzionato meglio.
Luigi Mondino