venerdì 5 giugno 2009

Rawhide Kid - luglio 2003


Rawhide Kid di R. Zimmerman, J. SeverinSlap Leather - Ed. Marvel – 12.99$

“The only thing I’m frightened of is male pattern baldness” (La sola cosa che mi terrorizza è la calvizie) – Rawhide Kid

Una delle regole d’oro del mercato fumettistico americano degli ultimi anni, specie in casa Marvel, sembra essere ricalcata da una delle massime più famose di Oscar Wilde: bene o male, l’importante è che se ne parli! I progetti che nascono in quest’ottica di “marketing aggressivo” generano puntualmente le reazioni stizzite di molti lettori nei confronti dei proclami sempre più roboanti della coppia Jemas/Quesada che, nel bene e nel male appunto, stanno comunque gestendo la Casa delle Idee come mai è stato in passato.
Nella polemica (sicuramente cercata e incoraggiata) è nata anche questa bizzarra miniserie con protagonista uno dei personaggi meno noti dell’universo Marvel, un cowboy infallibile come ce ne sono stati tanti nella storia dei comics americani: tanti personaggi caduti (giustamente) nel dimenticatoio, desti- nati com’erano alla veloce fruizione di un pubblico appassionato dei film di John Ford e compagnia.

In questa pletora di ammazzasette, ranger solitari e cacciatori di taglie Johnny Bart, alias Rawhide Kid non faceva certo eccezione. Ma ecco la sorpresa: cosa succederebbe se il più veloce pistolero a ovest (e anche ad est) del Pecos fosse un tantinello... anzi, decisamente, senza nessuna mezza misura, gay?
Se ci pensate non è che un cambio di prospettiva: basta passare da John Wayne a Montgomery Clift.
C’è un ulteriore elemento che contribuisce a moltiplicare l’effetto di questa “conversione”: nel vecchio west l’idea del pistolero omosessuale è talmente estranea da ogni logica che uno dei motivi più divertenti della storia sarà vedere lo sconcerto che le frasi e le gestualità del Kid generano nei personaggi con cui si confronta (senza che a nessuno di loro venga mai il sospetto di avere a che fare con un gay).
La miniserie prende quindi spunto da questa premessa “forte”: è molto facile capire come il rischio maggiore che si correva fosse scadere in una comicità demenziale, in un uso “vanziniano” degli squallidi cliché sul “finocchio” e sul dileggio volgare delle tematiche western in quest’ottica. Incredibilmente, non succede niente di tutto questo! Infatti, Ron Zimmerman e John Severin prendono questo spunto pericoloso e lo trasformano in una miniserie per molti versi deliziosa, mai volgare e che sicuramente rappresenta una delle letture più divertenti che la Marvel abbia prodotto negli ultimi mesi.

La storia è presto detta: una banda di bandidos minaccia il villaggio di Wells Junction. Il Kid nel corso della storia aiuterà uno sceriffo sfortunato e fifone a sbarazzarsi dei cattivi e a riacquistare la fiducia dei suoi concittadini e di suo figlio, deluso dall’atteggiamento poco eroico del genitore di fronte al pericolo. Da questa trama molto esile Ron Zimmerman (che viene dalla televisione e lo dimostra soprattutto nei dialoghi, ben scritti e ritmati) costruisce una galleria di personaggi variegata e ben delineata, usando come perno il Kid, personaggio che, con tutte le evidentissime contraddizioni che lo contraddistinguono, sorvola la vicenda come un deus ex machina sorridente, senza tentennamenti o mezze misure.
Di contrasto a questa figura così quadrata nelle sue certezze, i personaggi ‘straight’ sono quelli che appaiono più problematici e che nel corso della storia approderanno alla propria redenzione/evoluzione: su tutti lo sceriffo, che riscatterà la sua codardia dimostrando come il coraggio non sia la sola dote importante in un uomo e ritroverà l’affetto del figlio che fino alla fine lo aveva rifiutato come padre per la sua scarsa “virilità”, preferendogli (piccolo tocco di genio) il cowboy senza paura. La narrazione procede con i toni della commedia teatra- le, con dialoghi brillanti e (poca ma buona) azione: le battute e gli ammiccamenti alla condizione del Kid non mancano ma non sono mai (incredibilmente) grevi o di cattivo gusto.

I disegni di John Severin, che con i suoi 82 anni è uno dei professionisti più anziani della scena americana, rendono onore alla storia con una grazia veramente ammi- revole in un autore che non è mai stato sulla breccia. Tutti i perso- naggi sono delineati con eleganza e le minime sfumature del carattere vengono rese alla perfezione con un'infinita gamma di espressioni facciali. Il tratto, molto classico, è piacevolissimo e scorrevole: molti autori moderni avrebbero da imparare da queste tavole!
In definitiva un volume che è un peccato non avere, soprattutto se si ama il genere. Purtroppo la Panini ha già annunciato che questa miniserie in Italia non verrà proposta perché giudicata poco commerciale (e non è facile dargli torto). Comunque è un peccato non avere la possibilità di sfatare i pregiudizi che accompagnano questa storia e segnare una tacca (non è la prima) a favore della contrastata gestione Marvel che, se in questo caso aveva dato l’idea di flirtare con lo scandalo un po’ becero per farsi pubblicità, ha dimostrato che anche le operazioni commerciali hanno un cuore (soprattutto se gli autori provvedono a pomparvi sangue e fantasia).

P.S. proprio in questi giorni la storia si sta ripetendo: la notizia che ha creato scalpore è che Pete Milligan sembra aver deciso di ‘resuscitare’ la principessa Diana e rivelare al mondo che una delle icone pop più potenti del ventesimo secolo è, nella finzione Marvel, una mutante. Come era successo ai tempi dell’uscita di Rawhide Kid si sono scatenate le reazioni indignate e le accuse di creare lo scandalo per vendere due copie in più. Nel caso di Rawhide Kid questo non ci ha impedito di avere tra le mani una bella storia: credo (anzi sono sicuro) che nel caso di X-Statix accadrà lo stesso.
Stefano "Diflot"