venerdì 5 giugno 2009

Napoleone n. 37 - ottobre 2003


Napoleone # 37 - Il mio nome è Nessuno di Carlo Ambrosini e Pasquale Del Vecchio - Sergio Bonelli Editore

Napoleone è perplesso quando ascolta Odelia Lorenzi descrivere il sito archeologico che contiene la prima parola che sia mai esistita. La bella ragazza infatti se ne esce con trovate da eroina dei fumetti d’avventura che sono si suggestive ma poco probabili sulla bocca di una seria archeologa. "Sono convinta che il mistero si possa svelare solo stando sul posto davanti a quei segni", "Mio padre asseriva che si trattasse di un varco. La parola è una chiave… C’è qualcosa oltre la roccia, un’altra dimensione, forse…" (pag. 32).
Di primo acchito si può pensare che Carlo Ambrosini, che aveva presentato tutt’altri temi nelle pagine precedenti, avesse inserito questo dialogo solo per giocare oppure per aggiungere una chiave di lettura imperniata sull’avventura in modo da rendere più leggeri i toni dell’albo. Le parole di Odelia hanno forse uno scopo diverso, servono per capire per quale motivo il Cardinale è interessato al sito funerario.
Le conoscenze che Odelia e il Cardinale hanno della tomba e della parola incisa sulla pietra provengono dalla stessa fonte, il padre di Odelia, quindi si può ipotizzare che i due abbiano idee simili sulla natura dell’enigma.
Troverebbe in questo modo conferma l’opinione di Napoleone secondo il quale il Cardinale non si trovava al seguito della compagnia mineraria per arricchirsi grazie al platino ma per altri scopi (pag. 86: "immagino supponesse di poter accedere a chissà quale ricchezza"). Il tentativo di accedere a chissà quale ricchezza è probabilmente l’errore commesso dal Cardinale, accecato dalla curiosità di scoprire il segreto che nasconde la prima parola e di conseguenza privo dell’atteggiamento necessario per contemplarla.
Riduce ad oggetto un mistero che può essere intuito ma che è destinato ad essere avvolto dall’ombra, a comparire ma allo stesso tempo a rimanere sfumato e impalpabile…
La prima parola e il suo segreto diventano qualcosa che è in tutto e per tutto uguale al platino che cerca la compagnia mineraria. Un qualche bene da osservare, toccare, descrivere, classificare e infine depredare. La punta del demolitore si spezza contro l’iscrizione rocciosa allo stesso modo delle opinioni fallaci che si infrangono contro la dialettica… Anche Napoleone è sfiorato dalle stesse tentazioni che catturano irrimediabilmente (?) il Cardinale.
Si ritrova prigioniero quasi volontario (volontario perché il luogo della prigionia è il suo inconscio, quindi la permanenza nella cella dipende solo da lui) in una stanza sospesa nell’infinito.
Nel frattempo (e di riflesso) le sue idee, Lucrezia, Caliendo e Scintillone, sono bloccate nel loro mondo da un ispettore che vorrebbe soffocare la fantasia per dare spazio ad una razionalizzazione, una schematizzazione, una misurazione. Napoleone potrebbe scegliere di rimanere chiuso nella stanza; potrebbe così trovarsi in un ambiente circoscritto, ben delineato e delimitato, quindi perfettamente conoscibile in tutti i suoi angoli. In questo modo deciderebbe di credere solo in ciò che è appannaggio dei sensi, che può essere toccato, visto. Le sue parole diventerebbero solo delle etichette perfette per catalogare ogni singolo mattone della prigione ma incapaci di catturare (o almeno tentare di farlo) l’essenza che dietro a quei mattoni si nasconde.
Si priverebbe però di ciò che è insondabile, di quel principio che viene raffigurato come il mondo delle idee abitato dai suoi tre spiriti.
Apparentemente ciò non accade e, come vuole la tradizione, l’eroe prevale sul suo arcinemico. L’albo infatti si chiude con un domandare, domandare, domandare, atteggiamento totalmente opposto a quello del Cardinale che voleva solo trovare al più presto e poi pretendere di fermarsi.
Luigi Siviero