sabato 13 giugno 2009

Massimo Bonfatti: intervista esclusiva - aprile 2005


Massimo Bonfatti, in arte e per gli amici semplicemente Bonfa, modenese, è noto ai più per la pluriennale esperienza su Cattivik (di cui ha retto le sorti per quasi quindici anni), ma è molto altro ancora.
Ha iniziato, come dice spesso lui, “a bottega” con Bonvi, Silver, Clod e Roberto Ghiddi, parallelamente agli studi all’Istituto d’Arte di Modena.
Ha collaborato al Cattivik di Bonvi e Silver praticamente sin dalla prima ora, verso la fine degli anni ’70, per poi diversificare la sua produzione con le animazioni di “Supergulp”, con vignette e illustrazioni per “Autosprint” e “Guerin Sportivo”, con storie a fumetti su testi di Francois Corteggiani per la rivista francese “Pif” e con la satira de “La Gazza Ladra”, inserto della “Gazzetta di Modena”.
Ha continuato il percorso nel campo dell’illustrazione con vignette per Smemoranda (in collaborazione con Massimo Caviglia) e locandine per iniziative e pubblicazioni culturali degli enti locali modenesi, Comune e Provincia compresi.
E’ approdato in Bonelli, dove ha fatto capolino nel 2000/2001 con “Leo Pulp”, su testi di Claudio Nizzi, di cui non possiamo che consigliare il secondo albo, attualmente in edicola, sempre per Sergio Bonelli Editore.
Last but not least, ha aderito al progetto “Rat-man & Friends”, con una storia totalmente sua, di cui cercheremo di sapere qualcosa.

mdb: Il filo conduttore di questa sorta di "Dossier Rat-man & Friends" che stiamo portando avanti è l'albo a cui hai collaborato, il primo albo di Rat-man non curato al 100% dal suo autore, quindi la domanda di prassi dovrebbe essere: "come sei arrivato a collaborare con Panini per questo progetto?". Tuttavia pensavo che magari sarebbe meglio fare un po' d'ordine, e partire dall'inizio: ti vuoi presentare?
Massimo Bonfatti: Conosco l’azienda Panini da quando avevo sei anni.
Una mia cara zia, non vedente, imbustava a mano le figurine dei calciatori a casa sua.
Più tardi, quando già avevo cominciato a bazzicare l’ambiente del fumetto mi è capitato di fare qualche lavoretto anche con loro: mascotte delle squadre di calcio, fondini per gli album, disegni e illustrazioni, perfino i cartoncini scritti a mano per il museo della figurina di Giuseppe Panini.
In seguito l’azienda si è suddivisa in più realtà editoriali e io mi sono ritrovato a lavorare anche con Franco Cosimo Panini per la sua rivista Comix e mi sono trovato benissimo per la correttezza, la cortesia e la simpatia che si respiravano in quella redazione.
A questo progetto ci sono però arrivato da tutt’altra direzione.
Ero già ammiratore di Leo Ortolani quando mi capitò di parlare con Silver di chi avrebbe potuto proseguire le Sturmtruppen dopo la scomparsa di Bonvi avvenuta qualche tempo prima per far fronte, anche in onore di Bonvi, a contratti ancora aperti.
Io gli consigliai Clod (che Silver conosceva molto bene essendo stato assieme a lui uno degli allievi prediletti del Bonvi) che meglio di chiunque altro avrebbe potuto senza sforzo interpretare lo stile della serie e Leo Ortolani che lui non conosceva ma che io gli assicuravo avrebbe scritto delle strisce eccezionali delle Sturm. Credevo di fare cosa gradita a Leo che infatti accettò… per poi rimanere traumatizzato dall’esperienza!
In seguito ci è capitato di incontrarci qui e là, di pranzare qualche volta a casa di Clod o di sentirci al telefono e scriverci qualche mail. Io sono molto restio (ma tendo a farlo con tutti) a tampinarlo, anche se mi piace molto chiacchierare con lui, perché lo so molto indaffarato e non voglio distoglierlo dai suoi impegni, se fosse per me andrei a casa sua tutte le settimane, come facevo con Silver da ragazzino.
mdb: Eh, ma proprio non ti vuoi presentare?
Massimo Bonfatti: Ma sì che mi presento.
Ho quarantacinque anni, sono sposato, con un figlio ed ho cominciato a voler fare questo lavoro da quando facevo le scuole medie. Ho frequentato l’istituto d’arte della mia città, Modena, poi ho frequentato (per modo di dire) l’Accademia di belle arti di Bologna e il DAMS ma prima di cominciare a guadagnare qualche lira coi fumetti mi sono arrabattatato come capitava nei mesi estivi o dopo la scuola. Ho fatto l’ambulante, il pasticcere, il bracciante agricolo, il manovale edile, il baby sitter, il cocomeraio, il facchino, l’operaio verniciatore di giostre da luna park, inchiostratore e colorista per cartoni animati etc… Ho poi conosciuto Silver e dopo alcuni anni di tediosa intromissione nella sua vita privata e lavorativa ho iniziato una collaborazione con lui e di seguito con Bonvi, con Clod, con Ghiddi: quando qualcuno aveva bisogno di un factotum io c’ero, ma intanto facevo corsi di fotografia, cartelli pubblicitari, volantini per polisportive, biglietti d’auguri, menu per ristoranti, allestimenti per vetrine e quant’altro mi desse la possibilità di un minimo guadagno utilizzando le mie capacità. Poi, tramite Clod ho fatto vignette per Autosprint ed ho disegnato un fumetto per bambini per una casa editrice francese, la Vaillant.
Ho ripreso la collaborazione con Silver per Cattivik ed è durata fino ad oggi, ma la mania (e la necessità) di fare un po’ di tutto mi è sempre rimasta.
Adesso che ci penso, per quanto io mi consideri fortunato, sembra che il mio destino sia dover percorrere sempre le strade più difficili per arrivare a quello che desidero.

mdb: In che senso?

Massimo Bonfatti: Tanta gente che conosco è arrivata a fare fumetti quasi direttamente dopo la scuola perché gli capitò la fatidica occasione, io invece, nonostante le occasioni, ho dovuto fare lavori ed esperienze diverse per lunghi anni prima di essere sicuro di potermi mantenere facendo i fumetti. Ma sono fatalista e accetto il mio destino del quale comunque non mi lamento e anzi, ne sono orgoglioso. Penso che tutte le esperienze che un uomo ha vissuto alla fine gli serviranno, specie se fa un lavoro creativo, ma soprattutto servono a capire qualcosa della vita.
Scegliere di fare questo mestiere significa accettare una sfida difficile ma che può dare certe soddisfazioni, che non sono vincere lo Yellow Kid o pubblicare in America, ma ad esempio avere più tempo per i figli o scoprire i propri limiti e le certe potenzialità che non si credeva di avere.

mdb: Bè, soprattutto per quanto riguarda i figli, credo sia impossibile darti torto… Andrea Plazzi, presentando gli autori che hanno dato corpo al progetto ha detto "Massimo Bonfatti è per Cattivik quello che Floyd Gotfredson è per Topolino (e scusate se volo basso)". Tu invece come ti definiresti?

Massimo Bonfatti: Una volta Silver mi disse addirittura che io stavo a Cattivik come Barks stava a Paperino, ma non vale, perché cercava solo di imbonirmi in un periodo in cui non aveva i soldi per pagarmi.
mdb: Ah! Ah! Ehmmm… credo che la definizione di Plazzi fosse scevra da intenti nascosti…

Massimo Bonfatti: Naturale, Plazzi fa un esempio per semplificare un concetto.
E’ difficile per me definire me stesso, se lo fanno gli altri per evidenziare un certo aspetto della mia personalità e del mio lavoro a me sta bene, anche se devo dire che in questo caso il paragone mi lusinga e mi imbarazza un po’, visto che ho molta stima di Andrea e ammiro la sua cultura e la sua competenza.
Insomma… spero che abbia ragione.
Due caratteristiche che io credo di avere abbastanza sviluppate sono l’esigenza di far bene le cose che considero importanti ed una certa caparbietà nel perseguirle.
Entrambe le cose mi vengono spesso contestate come negative, specie se creano problemi collaterali o se tardano a dare i frutti che mi aspettavo.

mdb: Bè, ovviamente credo che molto dipenda dal punto di vista di chi giudica in questo senso. Nell’immaginario collettivo degli appassionati di fumetti, anche alla luce del prolungato impegno su Cattivik, sei sempre accostato a Bonvi e Silver, vale a dire, fumettisticamente parlando, un "albero genealogico" abbastanza impegnativo, o no?
Massimo Bonfatti: Nel senso di doversi sentire all’altezza?
No, non ho questo complesso. Intanto perché sono più alto (di statura) di loro e poi perché oltre a loro ho avuto anche altri “maestri”, Clod, Ghiddi, che come Bonvi e Silver sono stati più amici che maestri. Naturalmente sapevano più cose di quante ne sapessi io, a volte me le insegnavano e a volte le imparavo da solo osservando e cercando di capire.
Ma sono stati miei “maestri” anche mio padre e mia madre, certi autori che ho amato, certi amici che ho frequentato, certe persone con cui ho lavorato perché grazie a loro ho acquisito degli strumenti che uso tuttora.
I nostri veri alberi genealogici hanno molti più rami di quello che noi stessi ci immaginiamo.

mdb: Questo senza ombra di dubbio, direi. Però già che ne abbiamo accennato: Cattivik?

Massimo Bonfatti: Sta bene, grazie.
Il fatto che abbia chiuso la rivista periodica non significa affatto che non goda di buona salute.
E’ un personaggio maturo che però è come se fosse costretto a rimanere in panchina.
Forse in attesa che Lupo Alberto dia segni di stanca. Comunque ne vedremo delle belle in futuro, io sono convinto che prima o poi verrà finalmente sfruttato per le sue vere potenzialità e diventerà una grande star del fumetto. Io però non sarò più lì a scriverlo o disegnarlo, né tantomeno sarò lì a cogliere il frutto del mio lavoro di quindici anni.

mdb: E questo è un peccato, direi, soprattutto ora che pare sia stato inserito nel proseguimento dei Classici di Repubblica serie Oro, che potrebbe funzionare come “trampolino” per il successo di cui ti dici fiducioso… Non ci sono proprio possibilità di rivederti all’opera sul personaggio?

Massimo Bonfatti: Ecco vedi?
Noi autori siamo sempre gli ultimi a sapere queste cose.
Scommetto che il libro non conterrà storie mie di Cattivik, e se ci saranno di sicuro non ci guadagnerò un centesimo. Comunque noi autori di Cattivik non veniamo mai informati delle iniziative che pure ci riguardano da vicino. Ma è un vizio congenito. La casa editrice non si preoccupa di lasciarci senza lavoro da un giorno all’altro, facendoci sapere sbrigativamente che si è deciso di chiudere il mensile, figurarsi se sprecano qualche mail per informarci di queste cose.
Forse lo fanno perché noi ci si renda conto che non abbiamo nessun diritto sul personaggio e quindi loro non sono tenuti a dirci nulla sugli sfruttamenti delle cose che noi scriviamo e disegniamo.
Ma tra persone civili che lavorano assieme esistono, o dovrebbero esistere, dei modi e delle prassi convenzionali che servono a dimostrare il reciproco rispetto e la voglia di andare d’accordo.
Invece, quando per anni queste semplici accortezze vengono meno dalla parte di chi è più forte, viene spontaneo pensare che l’intento dell’editore è di prendere “per la gola” gli autori per poter scegliere chi far lavorare e chi costringere ad andarsene.
Può darsi che io mi sbagli, forse è addirittura probabile, visto che non posso leggere nei pensieri altrui, ma nei fatti è proprio quello che sta avvenendo.

mdb: Precisando che la lista dei Classici mi sembra sia ancora provvisoria, che non vorrei averti fatto indispettire per niente, in fondo spero ovviamente che tu ti sbagli, se non altro “pro bono pacis” (e quindi, contraddicendomi, “spero di averti fatto indispettire per niente”). Però mi pare che questo esempio apra un discorso annoso quanto interessante: lo stato dell’editoria italiana, visto dalla parte degli autori, e i rapporti (spesso “di forza”) tra editori e autori. Tra l’altro il sistematico “approfittarsi” degli autori da parte di una certa parte di editori è quasi sempre associato agli autori giovani, esordienti e inesperti, disposti a qualsiasi compromesso (o quasi) pur di vedersi pubblicati, mentre mi pare che tu allarghi un po’ il raggio d’azione, passando a trattare il tema, molto delicato, della “continuità” lavorativa, di “certezze”, o quantomeno “garanzie”, anche aldilà del mero aspetto economico (che pure ha ovviamente la sua importanza)… Mi pare che tutto sommato qualche passo avanti, con il S.I.L.F. sia stato fatto, in questi ultimi anni, ma personalmente l’impressione è che sia abbastanza difficile muoversi in questo senso, sia per l’esiguità numerica degli autori italiani, sia per il loro “individualismo”, se mi passi il termine… Insomma, non ci sono “masse operaie” da tutelare, e alla fine ciascuno di voi è praticamente un “professionista”…

Massimo Bonfatti: Certo, siamo “professionisti” innanzitutto per necessità, dato che nessuno ci assume.
Per molti di noi essere assunti con regolare contratto e relativi diritti sarebbe una manna.
Mutua? Ferie pagate? Tredicesima? Liquidazione? Noi liberi professionisti queste cose ce le possiamo scordare e siamo liberi solo … di cambiare mestiere quando ci accorgiamo che questo è un lavoro che possono fare solo i geni, i ricchi, e gli ingenui.
Per intenderci la categoria del libero professionista va dal manager industriale, dal faccendiere internazionale al saltimbanco o al mendicante.
In mezzo ci sta una miriade di lavori “anomali” e ce ne saranno sempre di più.
L’argomento che ho sempre sentito opporre all’idea di un sindacato dei fumettisti era questa:
“Se siamo così pochi, perché il sindacato dovrebbe tutelarci?”.
Io penso che tra fumettari professionisti a tempo pieno, saltuari ed aspiranti non siamo poi pochissimi, ed inoltre le nostre esigenze sono simili a quelle di tante altre categorie più o meno affini, come gli illustratori, gli scenografi, i fotografi, i pittori ecc… che messi assieme fanno un bel numero.
Oltre al numero, questo tipo di professioni hanno un peso specifico diverso perché richiedono competenze molto alte ed hanno una grande incidenza sull’opinione pubblica, sull’informazione e sulla cultura in generale.
Inoltre un sindacato che si rispetti dev’essere mosso da principi di giustizia che in teoria riguardano tutti gli individui e le categorie di lavoratori e solo in seguito tutto ciò si trasforma in rapporti di forze che possono pesare nelle trattative e dare risultati.
mdb: Credi che le cose possano cambiare in questo senso?
Massimo Bonfatti: Io credo che l’interessamento della C.G.I.L. sia un segno importante del fatto che i fumetti stanno uscendo dal ghetto della sottocultura e spero che questo equivalga ad aiutare gli autori ad uscire dalla loro atavica vulnerabilità che riguarda sì principalmente gli esordienti, ma che minaccia quotidianamente anche chi fa questo lavoro da tanti anni.
Almeno da giovani si ha la salute e l’entusiasmo, ma dopo quarant’anni di lavoro, quando magari la salute non c’è più e l’entusiasmo è solo un ricordo dolce-amaro, chi ci pensa al vecchio fumettaro rimbambito e fuori moda?
Un regista può continuare a percepire i diritti dei film che ha fatto finchè campa, lo stesso accade a uno scrittore, i giornalisti hanno una pensione decorosa pagata assieme agli stipendi dai loro giornali, i fumettisti (e tanti altri come noi) quasi sempre non hanno nulla e rischiano di finire i loro anni sulle spalle delle mogli e dei figli.
Spero che per quanto individualista sia in genere la natura dei fumettisti, il fatto di avere finalmente un sindacato forte come la C.G.I.L. che spalleggia le nostre proposte sia un’occasione preziosa per veder riconosciuti certi diritti calpestati, per dare maggiori speranze ai giovani e giuste tutele agli anziani ma soprattutto credo che possa fare molto per preservare e sviluppare il fumetto come mezzo artistico e di svago.

Certo ci sarà sempre competizione, sarà sempre difficile fare buoni fumetti, ottenere successo e gratificazioni ma perché sprecare le energie migliori nel lottare contro un malcostume che rende la vita impossibile a chi sceglie di fare un lavoro creativo!?
L’illusione di essere dei geni incompresi ai quali verrà inevitabilmente riconosciuto il giusto merito prima o poi svanisce e ci si accorge che anche i migliori di noi, quelli più famosi, più ricchi, più popolari sono in realtà degli sfigati come noi, solo più fortunati o più bravi, o più scaltri.
Questo essere lupi solitari non ha nulla di eroico, siamo solo incapaci di lavorare per il bene comune perché convinti nel profondo del nostro egocentrismo infantile di essere migliori degli altri.
Lasciamo che ci buttino nella fossa sperando ognuno di essere l’unico ad uscirne vivo, ricco e famoso.
E’ molto diffusa anche la paura di non avere più occasioni di lavoro se si manifesta apertamente le proprie idee e questa francamente mi sembra un’idea piuttosto ottusa.
Può anche essere che un editore non voglia lavorare con un certo autore perché esprime idee che a lui danno fastidio ma non vedo perché non si possa lavorare, anche avendo idee diverse, sulla base di un intento comune.
I contratti esistono per questo, per conciliare opinioni diverse allo scopo di ottenere un obiettivo condiviso.
Io non accetto che si debba avere successo a patto di trasformarsi in squallidi opportunisti o in sfruttatori senza scrupoli o leccapiedi, che si debba subire stupidi soprusi o essere costretti cambiar lavoro nonostante lo si ami e si abbiano le capacità per farlo bene.
mdb: Insomma, una sorta di “Fumettisti di tutto il mondo, unitevi!”. Non hai paura che gli editori possano ritirarsi di fronte ad uno scenario del genere?

Massimo Bonfatti: No, anzi, mi dai modo di precisare una cosa: non vorrei che sembrasse che ce l’ho con gli editori, o che li vedo come un nemico, loro sono indispensabili al mio lavoro e desidero che prosperino grazie ai fumetti che pubblicano.
Quello che odio sono certi luoghi comuni che serpeggiano in tutti gli strati di questa professione e di cui siamo impregnati tanto noi autori quanto gli editori e anche i lettori.
A me basterebbe fare il mio lavoro onestamente e usare la mia passione e le mie capacità per fare cose gradevoli che mi diano un guadagno proporzionato.
Se sono pretese fuori dal mondo allora temo che ci sia qualcosa che non va nel mondo, oppure sono proprio sbagliato io.
Non sono certo io che posso cambiare il mondo, né il SILF, la CGIL o qualsiasi altro personaggio od organizzazione o ente o potere, ma lo stesso credo che ostinarsi a fare bene e onestamente la propria parte sia il massimo che ciascuno di noi può fare, e non è assolutamente facile, specie di questi tempi.
Comunque da qualche parte bisogna pur cominciare a raddrizzare le cose che vanno storte, no?
Almeno provarci un po’.
Nel campo del fumetto italiano di cose che vanno storte ce ne sono tantissime e vincere la pigrizia per iscriversi al S.I.L.F. sarebbe veramente una fatica minima , quindi invito tutti i fumettari ma anche i simpatizzanti a farlo.

mdb: Sottoscriverei ovviamente l’appello, prima di tornare ai fumetti disegnati, dato che in questo periodo è uscito anche “Leo Pulp”, per Bonelli su testi di Claudio Nizzi (anch'egli di "nobili ascendenze", visto che fu l'erede designato di Bonelli per le storie di TEX). E’ la seconda avventura di questo improbabile “duro dei duri”, a distanza di anni dalla prima, eppure mi pare che il pubblico ancora se lo ricordi. C’è spazio per proseguire il discorso, secondo te?
Massimo Bonfatti: Del fatto che i lettori non se ne sarebbero dimenticati ero quasi certo.
La mia non è una semplice speranza, mi baso solo sulla mia esperienza di lettore.
Io ho sempre prestato attenzione ai fumetti fatti con cura e passione, anche se comparivano in mezzo ad una miriade di schifezze, anche se poi sparivano senza spiegazioni.
Tutti percepiscono che una cosa è fatta con cura e passione, anche se non c’è scritto sulla copertina.
Qualcosa in loro mi aveva colpito, e quando una cosa colpisce il ricordo rimane per anni, e rimane proprio perché siamo così bersagliati da immagini e proposte di tutti i generi che abbiamo sviluppato una specie di filtro inconscio, che lascia trapelare ben poco.
Per fare un esempio, è come quando ci capita di conoscere di sfuggita certe persone che però rimangono nel nostro ricordo molto più di quello che sarebbe utile. Perché?
Perché abbiamo percepito in loro alcune qualità che ci piacciono, o di cui abbiamo bisogno, e ce le ricordiamo nella speranza di rincontrarle e di frequentarle di più.

mdb: Credo di capire, e mi pare che il discorso calzi abbastanza con le reazioni e le aspettative che avevo captato riguardo al secondo volume. Dicevamo: possibilità proseguirne le avventure?
Massimo Bonfatti: Su “Leo Pulp” si potrebbe impostare un lavoro di anni, nel senso che il personaggio ha dimostrato di essere abbastanza gradito al pubblico e per questo io e Nizzi vorremmo dargli una continuazione.
Penso semplicemente di avere finora fatto la mia parte per contribuire a questo obiettivo, come l’ha fatta Nizzi per i testi e i miei collaboratori, Buffagni e Rossini per le inchiostrazioni e le colorazioni, il risultato è buono (per alcuni ottimo) ed ora si spera nelle vendite per decidere se farne un altro.
Fin dall’inizio ero entusiasta di questo fumetto, perché lavorare con una casa editrice così importante la consideravo un’occasione da non perdere, si trattava di una cosa anomala allo standard della casa editrice ma abbastanza congeniale alla mia esperienza di disegnatore umoristico.
Finito il primo albo ci sono poi stati alcuni malintesi che hanno creato dei problemi, per cui l’ipotesi ventilata di trasformare la serie dei Grandi Comici nella serie di “Leo Pulp” è stata abbandonata.
L’idea di fare una serie regolare di albi di “Leo Pulp” mi entusiasmava ma nello stesso tempo mi spaventava molto, perché non mi sentivo in grado di mantenere nel tempo lo stesso grado di impegno, attenzione e dispendio di forze che mi aveva richiesto il primo albo.
Forse questi scrupoli e queste paure mi hanno spinto a fare proposte che all’editore possono essere sembrate esagerate o inopportune ma il mio scopo era in fondo una richiesta di aiuto per poter garantire il rispetto degli impegni che mi sarei dovuto assumere e un relativo ritorno economico.
Ero inesperto, impreparato a questo genere di trattative anche perché condizionato nel bene e nel male dalle esperienze precedenti, inoltre non ero nemmeno pronto a questo tipo di disegno. Ho fatto molta fatica ma grazie a questa opportunità ho potuto evolvermi professionalmente di qualche gradino ed acquisire molta più dimestichezza con il disegno.

mdb: Ma immagino che questo abbia richiesto molto tempo…

Massimo Bonfatti: Si. Purtroppo ci ho messo troppo tempo e anche se sono convinto che basterebbe davvero poco per mettermi in condizione di fare la terza storia (che Nizzi ha già cominciato ad abbozzare) in un anno, e forse ad accelerare la produzione dell’albo almeno fino alla periodicità semestrale nel giro di pochi anni.
mdb: Personalmente credo che sarebbe una gran cosa: Bonelli che cosa ne pensa?
Massimo Bonfatti: L’editore pensa che ai ritmi produttivi attuali sia assurdo parlare di una serie, e io non posso che dargli ragione ma è naturale da parte mia desiderare che la cosa possa andare avanti.
Io sono convinto che potrei regolarizzare la mia produzione ma finora sono riuscito a dimostrare solo che ci tengo a farlo ma non che ci posso riuscire, per avere questa certezza ci vorrebbe una terza possibilità.
Quando cerco di vedere le cose dal punto di vista della casa editrice capisco quanto sia importante l’affidabilità di un autore e quanto sia relativa la qualità del lavoro, e poi non dimentico che uno o due albi di Leo Pulp sono una goccia nel mare di fumetti pubblicati dalla Bonelli e che oltretutto questo fumetto è in un certo senso ospite in casa d’altri perché si discosta sensibilmente dalla tradizione bonelliana quindi non posso aspettarmi trattamenti di “favore”.
E’ anche vero che altre volte la casa editrice ha sperimentato il genere umoristico ma oggi il mercato è difficilissimo e c’è il rischio che i risultati di vendita non inducano l’editore a perseverare.
Insomma, Leo Pulp è nelle mani del destino.

mdb: Uhm… vado a prenderne qualche altra copia, allora, tanto per dare una mano al destino… Anche perchè a me aveva bene impressionato anche la prima uscita, mi pareva che “colmasse una lacuna” per così dire, nel fumetto popolare italiano, visto che si proponeva come un pulp divertente molto datato, sfumato dal giallo al nero, tutto sommato decisamente godibile…
Massimo Bonfatti: “Leo Pulp” è nato per caso, o forse per sbaglio ma che io sappia non in modo consapevole per colmare una qualche lacuna.
Eppure hai ragione, il genere noir imperversa nella letteratura e nel cinema ma non nei fumetti.
Ci sono stati tantissimi tentativi, alcuni lodevoli, ma proposti senza continuità.
Storicamente il grosso problema di sempre nel fumetto italiano è stato, da parte di tanti editori che avrebbero potuto farlo, nel riuscire a riconoscere le buone idee e i bravi autori e soprattutto nel perseverare fino al punto di far diventare un prodotto una vera e propria tradizione.
Credo che, tanto per fare un esempio, Tex e Diabolik siano diventati delle colonne portanti del fumetto italiano popolare perché gli editori hanno saputo coltivare questi personaggi curandone con intelligenza tutti gli aspetti produttivi e artistici finchè il loro pubblico non si è consolidato a tal punto da tramandare la passione di generazione in generazione.
Ma anche in casi meno eclatanti, come ad esempio Dylan Dog o Lupo Alberto, alla cui crescita ho potuto fare da testimone fin dall’inizio, non sono esplosi subito in tutte le loro potenzialità.
Hanno cominciato in sordina e grazie non solo alle proprie qualità ma anche per merito degli editori che hanno insistito a proporli o grazie agli autori che appoggiandosi ad altri editori (o diventando editori in proprio) sono riusciti nel tempo a farsi conoscere.
Ma per arrivare a questo risultato di affezione da parte del pubblico bisogna non tradirlo e non deluderlo, bisogna rimanere a livelli qualitativi superiori alla concorrenza per anni e anni , bisogna saper scegliere bravi autori dando loro gli incentivi e le gratificazioni per cui valga la pena farlo a discapito di altri interessi.
Tutto questo ben pochi editori hanno saputo farlo.
mdb: Pensi che ci sia spazio per “Leo Pulp”, in questo senso?
Massimo Bonfatti: “Leo Pulp” si colloca nello spazio vuoto del fumetto noir ma si allarga anche nel territorio del fumetto umoristico che oggi non è molto popolato di pubblicazioni, specie per quanto riguarda la gloriosa tradizione del fumetto umoristico d’autore, che in Italia vanta nomi di decine di maestri e un pubblico potenzialmente enorme che nonostante tutto, grazie anche alla Disney, si è conservato.
Quando ho cominciato la prima storia di “Leo Pulp” doveva essere inserita nella collana Bonelli “I grandi comici del fumetto” che a me sembrava un’idea grandiosa, capace di rilanciare il fumetto umoristico nostrano alle vette cui era giunto in passato, ma poi, non so se per scarsità di idee o per scarsità di lettori la serie fu chiusa mentre eravamo a metà del lavoro, per fortuna l’albo su cui stavamo lavorando si decise di editarlo ugualmente e così, un po’ bislaccamente, nacque “Leo Pulp”.
Sono contento di aver avuto questa occasione, per me è stata una fortuna, quello che spero ora è che la Bonelli ci veda anche un interesse economico o di immagine tale da agire di conseguenza, perché altrimenti tutto finirà qui. Per l’editore sarà solo un tentativo mancato, ma per me e Nizzi sarà un grande dispiacere.

mdb: Incrociamo le dita, allora… Mi pare siano passati quasi cinque anni dal primo volumetto che Bonelli aveva dedicato a “Leo Pulp”: sono parecchi, anche per un albo totalmente fuori serie, senza contare che mi pare di ricordare che anche il primo volumetto avesse avuto una gestazione abbastanza prolungata. Ci vuoi raccontare un po' anche come si è sviluppata questa "resurrezione"?

Massimo Bonfatti: E’ buffo come certe cose tendano a diventare leggendarie.
Il secondo albo è uscito a quattro anni dal primo ma in realtà la lavorazione da parte mia è stata di tre anni, mentre il primo albo ha richiesto due anni.
Considerando che per il secondo albo ho potuto usufruire del prezioso aiuto di Cesare Buffagni alle chine, non si capisce, giustamente, perché ci abbia messo di più che per il primo.
E’ stato sicuramente a causa della mia inesperienza, aggravata dal fatto che durante la lavorazione del secondo albo ero molto disilluso e demotivato a causa dei contrasti e dei malintesi che si sono creati con la casa editrice.
Malintesi e attriti di cui forse nessuno ha veramente colpa, fatto sta che questo stato d’animo mi ha tolto molta energia che sarebbe potuta servire per stringere i tempi e aumentare la produzione.
L’energia residua ho dovuta metterla tutta nel cercare di tenere unito lo staff, nel pazientare in attesa che i dissapori si placassero e nel mantenere alta la qualità dei disegni nell’intento di non deludere i lettori.
Insomma, una parte di me desiderava fare “Leo Pulp” e un’altra parte di me non ne voleva sapere.
Ogni giorno ero tentato di distrarmi dal lavoro per fare qualsiasi altra cosa e quando finalmente riuscivo a concentrarmi e a riprendere gusto a disegnare, ecco che una telefonata, un impegno familiare, un disguido tecnico mi distoglievano di nuovo.

mdb: Una sorta di corsa ad ostacoli…
Massimo Bonfatti: Si, e non sto scherzando. Ma questa non è una giustificazione, non sono stato capace di organizzarmi per serrare i tempi e rispettare le consegne e questa mia incapacità l’ho pagata cara sia in termini economici che professionali perché non ho saputo sfruttare l’occasione che mi era stata capitata.
E’ inutile elencare le ragioni pratiche per cui non ci sono riuscito, dentro di me ho la coscienza a posto perché in fondo so di non aver danneggiato nessun altro che me stesso ma d’altro canto non ho nemmeno dimostrato che un albo all’anno riuscirei a farlo, mentre ancora ne sono convinto.

mdb: Dunque, se ho ben capito, il fatto stesso di “pianificare” la sua prosecuzione sarebbe uno stimolo che potrebbe dare un impulso decisivo per superare tutti gli intoppi collegati alle lavorazioni passate, e che ti fanno ipotizzare una periodicità che potrebbe arrivare a semestrale, come hai accennato là sopra. Credo che un’ipotesi del genere solo qualche anno fa sarebbe stata fantascientifica, però è anche vero che “Gea” ha un po’ rotto il muro della mensilità a tutti i costi in casa Bonelli, che altre serie si stanno avviando a periodicità alternative e che di sicuro “Leo Pulp” non è nemmeno vincolato a nessun tipo di continuity, quindi… re-incrociamo le dita!

Massimo Bonfatti: Io penso che se potessi contare sul fatto di avere alcuni albi da preparare in alcuni anni potrei oggi organizzarmi molto meglio, potrei far fronte ad alcuni problemi che mi intralciano, utilizzare a fondo le potenzialità dei collaboratori e in teoria riuscire a fare anche più di un albo all’anno, ma per pudore non mi sento di affermarlo con certezza, visto che a fare il secondo albo ce ne ho messi tre.
Però, ora che non ho più l’impegno di mandare avanti Cattivik, so che potrei accelerare di molto la produzione, anche se non ai livelli di altri disegnatori bonelliani.
Non ho le capacità che hanno molti di loro di fare parecchie tavole al mese di alta qualità, quello che c’è di buono nei miei lavori non mi cade addosso come la manna dal cielo ma è frutto di fatica, di incazzature, di ore rubate allo svago e ad altri possibili impegni.
Personalmente non ho mai pensato di propormi alla Bonelli come disegnatore proprio perché non mi sento capace del tipo di prestazioni richieste, ma il caso ha voluto che mi proponessero un fumetto che mi sentivo di poter affrontare, infatti Nizzi mi scelse proprio sulla base di cose mie che aveva visto in giro.

mdb: Una curiosità: leggendolo pensavo che è un tipo di storia universale, e quindi facile anche da adattare per una pubblicazione fuori dall’Italia, per esempio in Francia, dove non c’è il vincolo della periodicità serrata. Avete già valutato questa possibilità, o i diritti sono totalmente in mano a Bonelli?

Massimo Bonfatti: E’ vero, un albo ogni due o tre anni è normale in Francia perché lì si rivolgono ad un mercato librario ma abbastanza insolito in Italia, specie per Bonelli che invece si rivolge alle edicole.
Né io né Nizzi abbiamo pensato, durante la lavorazione del primo albo, che potesse essere un prodotto adatto alla Francia ma poi molti ce l’hanno fatto notare .
Nemmeno il secondo albo lo abbiamo fatto pensando ad una pubblicazione estera.
Nizzi ha scritto e io ho disegnato per il pubblico che conosciamo, ma se un editore francese riconoscesse in “Leo Pulp” un fumetto adatto ai suoi lettori vorrebbe dire che, inconsciamente, vi abbiamo trasferito il nostro amore per certe cose francesi, Nizzi la sua passione per Simenon e io qualcosa di Franquin o Tardi, Fred, Hergè, Uderzo o quant’altro abbia amato della bande dessinèe.
Forse c’è dentro anche un po’ di “Pif”, che disegnavo molti anni fa per la Vaillant.
Sinceramente non so fino a che punto “Leo Pulp” potrebbe interessare altri editori e d’altra parte non credo che Bonelli sia interessato a una co-edizione.
Tra qualche anno i diritti delle storie saranno nostri, ma da qui ad allora chissà cosa succederà.
mdb: Premetto che a me è piaciuto parecchio, visto che l’ho trovato dettagliatissimo dal punto di vista grafico, ricco di particolari e citazioni (compreso un “Rat-man” ai piedi della scrivania), scorrevole e soprattutto ancora molto in linea con il primo volume, quasi non fosse nemmeno passato tutto quel tempo; considerando che comunque la parola definitiva spetterebbe ai lettori, e mettendo in conto la tua “tendenza al perfezionismo” (per così dire), ritieni di poterti dire pienamente soddisfatto dal lavoro finale?

Massimo Bonfatti: Come dicevo prima, tenevo molto a rimanere in linea col primo albo, al punto da mettere a repentaglio la possibilità di poterne fare altri, forse ho sbagliato ma almeno ho cercato di non deludere i lettori che in fondo sono i veri referenti sia miei che degli editori per cui lavoro.
Io credo che siamo riusciti a fare un fumetto abbastanza buono da sollecitare nei lettori la voglia che continui, niente di più e niente di meno.
Dei disegni sono soddisfatto al novanta per cento e devo ammettere che dopo i primi giorni da che ho potuto vedere l’albo stampato, comincio già a individuare dei difetti che mi propongo di migliorare nel terzo albo, se ci sarà.

mdb: Ah! Ah! Ah! Sei incorreggibile!

Massimo Bonfatti: Ma è vero, ci sono un sacco di errori. Non so disegnare le donnine, faccio errori di anatomia, di proporzione, di prospettiva. A volte rifaccio una vignetta tre o quattro volte e la concludo per disperazione.
Diciamo che se non sono soddisfatto del tutto è perché vorrei arrivare a certi risultati con meno fatica. Ma non pensare che io sia un maniaco perfezionista.
Per quindici anni ho prodotto storie di Cattivik a spron battuto utilizzando uno stile curato ma abbastanza pratico da consentirmi la puntualità delle consegne.
Proprio perché, come dicevo, “Leo Pulp” è nato per caso e siccome sembrava dovesse essere l’unico albo, ho cercato in quell’occasione di dare semplicemente il meglio di me e lo stesso ho fatto per il secondo.
Se qualcuno mi avesse proposto una serie regolare fin dall’inizio avrei scelto uno stile che mi consentisse di affrontarla con meno difficoltà.
Purtroppo o per fortuna “Leo Pulp” è nato con uno stile molto definito e molto faticoso e non lo si può cambiare spudoratamente per aumentare la produzione, almeno non oltre certi limiti, da parte di una sola persona a meno che non lo si metta in condizione di lavorare al meglio oppure non si organizzi uno staff di più persone che lavorano in modo coordinato, come avviene normalmente alla Bonelli.
C’è sempre un rischio, quando si parla di lavoro manuale, qualsiasi disegnatore è, per fortuna, un essere umano e non una macchinetta che ha la sua bella produzione media-giornaliera fissa garantita e ineluttabile.
A volte, al povero fumettaro, capita di avere problemi famigliari, esistenziali, economici…
Eppure i fumetti migliori vengono da persone “imperfette” ma amanti del proprio lavoro e spesso dominati dalla propria fantasia difficile da controllare.
Un perfetto yesman o un manager perfettamente addestrato non crea mai problemi, non pone interrogativi e proprio per questo non stimola nessun miglioramento.
I disegnatori, gli sceneggiatori, gli autori insomma, sono come delle miniere d’oro.
Non sempre sono consapevoli del tesoro che hanno dentro e a volte mettono in mostra solo i filoni minori.
Nell’arte pittorica spesso sono i critici, i galleristi, gli studiosi che scoprono le vere risorse di certi artisti, essi li guidano, li indirizzano, li consigliano e a volte li sopportano ma li obbligano anche a dare il meglio di sé.
Nel settore del fumetto questo ruolo spetta agli agenti, ai direttori editoriali, agli editor e agli editori.

mdb: Già, ma vista la contrapposizione di cui parlavamo prima a proposito del rapporto autore/editore, e considerando che spesso quest’ultimo cade nella logica “industriale”, di abbassare i costi per aumentare i margini, credo che diventi fondamentale la figura dell’agente. A che punto siamo in Italia? Rispetto alla Francia, per esempio, dove il fumetto, oltre a godere di ben altra considerazione, mi pare proprio “strutturato” in maniera diversa, anche come gerarchie e categorie di lavoratori…

Massimo Bonfatti: Quando avevo una ventina d’anni andai alla fiera del libro per ragazzi di Bologna con la fatidica cartellina sotto braccio, e mi avvicinai allo stand di una agenzia di cui conoscevo di vista i titolari, essendo loro gli agenti di Bonvi e di Silver, sperando di piazzare qualche mio lavoretto.
Mi risposero che non c’era nemmeno bisogno di aprirla, la cartelletta, perché “la loro scuderia era… al completo”, e a quelle parole io immaginai una fila di cavalli, purosangue e brocchi, tutti scalpitanti e sbuffanti ai blocchi di partenza.
Ricordo anche che Silver si lamentava col suo agente perché non gli piazzava mai niente, che tutte le occasioni per pubblicare se le era trovate da solo.
L’agente lo guardava sornione come per dire: “Ma ragazzo mio, che colpa ne ho se le tue cose non piacciono?”. Qualche hanno dopo, quando Lupo Alberto diventò una miniera d’oro Silver pensò di sganciarsi e fare da agente di se stesso.
Questi esempi per dire che gli agenti possono essere dei bravi soci di affari o dei pessimi compagni di sventura a seconda della loro onestà o capacità ma anche in relazione alla nostra ingenuità o scaltrezza.
Gli agenti hanno il compito di “agire”, come diceva Magnus, se non lo fanno sono inutili e quindi in un certo senso dannosi, mentre se agiscono abilmente, conquistandosi la fiducia degli autori e degli editori senza fare pasticci o perdere buone occasioni possono essere persone con le quali fare affari.
L’importante credo che sia parlar chiaro, mettere tutto nero su bianco e lasciare l’eventuale amicizia o simpatia alle occasioni extra-lavorative.
Questo vale tra autori ed editori, tra autori e agenti ma anche tra autori e autori.
In quanto alla struttura del mercato fumettistico in Francia non ne so un tubo.
Ho sentito dire che prima o poi ci sarà crisi anche là.
Speriamo di no, anche perché sarebbe ora di vedere il mercato europeo come un'unica realtà senza aspettarsi che esista il paese di Bengodi dei fumetti.
Alla fiera del libro di Bologna di quest’anno ho avuto la combinazione di mostrare “Leo Pulp” 2 ad un importante editore d’oltralpe che mi ha detto che secondo lui non è adatto al mercato francese.
Possibilissimo, ma ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne possa contemplare qualsiasi filosofia
(parafrasando Shakespeare), inoltre nessuno ha la verità in tasca, una rondine non fa primavera, ride bene chi ride ultimo ecc…ecc…
Alez efants! Mi raccomando, aspettate che arrivi io per andare in crisi.

mdb: Eh! Ottimismo a sfare, vedo… Cazzo, personalmente andrei avanti ancora su questo argomento, ma credo che un bel po’ di cose importanti tu le abbia dette, e lassù da qualche parte abbiamo scritto che si tratta del “Dossier Rat-man & Friends”, quindi prima che la soglia di attenzione dei lettori si abbassi irrimediabilmente, passerei alla domanda "di prassi" che avevamo accantonato prima: come sei arrivato a lavorare a questa storia "apocrifa"? Plazzi ha detto che la proposta era arrivata da Leo già completa di nomi, in apertura hai detto che di tanto in tanto senti Leo: sei entrato così nel novero degli autori coinvolti da Leo nel progetto?

Massimo Bonfatti: Si, forse Leo mi ha proposto di partecipare alla Rat-Session perché lo conosco e faccio il tifo per lui da quando lo leggevo su “Made in U.S.A.”(tutti lo leggevano fin da allora, infatti vendeva milioni di copie), forse perché ci stimiamo reciprocamente o forse perché gli facevo pena dato che l’ho informato delle mie traversie professionali.
In ogni caso gliene sono grato, soprattutto per il rispetto che ci ha dimostrato nel lasciarci lavorare in totale libertà (e in completo stato di abbandono, come cani zoppi su una tangenziale).

mdb: Ah! Ah! Ah! Tralasciando il riferimento alle vendite di “Made in U.S.A.” (più che altro per motivi fiscali, come credi che ce la siamo fatta la villa alle Bahamas?) dunque confermi che Leo non si è intromesso nella lavorazione?

Massimo Bonfatti: Leo non ha voluto minimamente intromettersi lasciando a Plazzi la rogna di vigilare sulla consegna e su una minima supervisione dei soggetti, al punto che ancora non mi sono riabituato all’idea che posso chiamarlo o scrivergli.
Dato i tempi che corriamo, anche nel piccolo mondo dei fumetti, un’occasione come questa e soprattutto una dimostrazione di fiducia e di rispetto come questa verso noi “sporchi fumettari” è rara. Anzi, pensavo che per me potesse essere l’ultima.

mdb: In che senso? Intendo dire, immagino che il grado di libertà sia stato per forza di cose completamente differente da quello avuto su “Leo Pulp”, così come suppongo non sia stato facile portare avanti contemporaneamente due progetti così diversi, però non vedi proprio possibilità di sbocchi per la creatività “autoriale”, oggi, in Italia?

Massimo Bonfatti: Ho lavorato alla storia di “Rat-Man” quando avevo già finito le matite di “Leo Pulp” ma pensavo alla storia del decennale già dall’estate precedente.
Il fatto di pensare che quella storia sarebbe forse stata l’ultima era dovuto dal mio stato d’animo di quel periodo. Aver saputo che “Cattivik” avrebbe chiuso e averlo saputo in quel modo, non avere nessun segno di interesse da parte dell’editore di “Leo Pulp” che potesse dare una qualche speranza di una soluzione dei problemi e probabilmente la mia stanchezza, mi facevano vedere tutto nero. Ho lottato contro me stesso perché la storia non fosse solo uno sfogo di frustrazioni e soprattutto non volevo rischiare di dire qualcosa di ingiusto e scorretto.
Tant’è vero che fino all’ultimo ho cambiato frasi che mi sembravano troppo forti.
C’è una vignetta che ho aspettato il più possibile a scrivere perché nel frattempo volevo vedere la piega che avrebbero preso certe discussioni professionali ancora in corso.
Poi, visto che nei fatti e al di là delle belle parole, queste cose si mettevano male ho deciso di scrivere ciò che avevo in mente e stop.

mdb: Uhmmm… dobbiamo dunque aspettarci fuoco e fiamme?

Massimo Bonfatti: Ma no, solo qualche petardo (precisamente a tavola 11)!
Ho solo raccontato in forma fantastica quello che mi frullava in testa, cosa che ognuno ha diritto di fare, almeno finchè ci sarà un po’ di libertà di espressione.
In quanto agli sbocchi per la creatività autoriale a cui accennavi, credo innanzitutto che dipendano dal diffondersi del concetto di dignità, anzi di nobiltà del fumetto come forma espressiva e di conseguenza del rispetto che a tutti i livelli si dovrebbe dare ai fumetti e a chi li crea.
A cominciare dagli autori stessi, che dovrebbero avere più consapevolezza e responsabilità.
A volte sento colleghi fare discorsi avvilenti che rasentano il cinismo e il qualunquismo.
A volte sono solamente condizionati dalla paura di rimanere senza lavoro o di perdere qualche piccolo privilegio.
Credo che tutto nasca dal materialismo becero e dalla scarsa cultura che avvelenano il nostro paese.
Non a caso abbiamo come Presidente del Consiglio un venditore di pubblicità e siamo il paese col maggior numero di telefonini e il minor numero di lettori.
Il fumetto è letteratura per immagini (come diceva Pratt) e come tale può contribuire al progresso della cultura di un popolo, anche quando si tratta di fumetto di evasione.
Resta il fatto che, in certe condizioni, un autore può fare ben poco di più che adattarsi.

mdb: Non solo in campo fumettistico, purtroppo. Dobbiamo rassegnarci, quindi? Nessuna speranza?

Massimo Bonfatti: Non è detto. Credo che Leo Ortolani offra un esempio lampante del fatto che essere autori non significhi per forza piacere solo a pochi, che si può essere autoriali e popolari allo stesso tempo.
Silver e Bonvi sono autori che hanno saputo incontrare un pubblico vastissimo e Leo ci sta riuscendo altrettanto bene.
Non è questione di etichette ma di qualità, e non è sempre necessario avere personaggi propri.
In “Leo Pulp” ho concentrato la mia voglia di essere autore nel disegno mentre nella storia su “Rat-Man” mi sono messo in gioco anche coi testi, anzi, tutta la storia gira in fondo proprio sul concetto di autore.
Quello che veramente manca è una vitalità del mercato che dia a tutti la possibilità di giocare le proprie carte.
Un mercato poco concorrenziale danneggia tutti, anche chi si trova ad avere una posizione di monopolio.

mdb: Tornando a Rat-man, che tipo di approccio hai avuto con il personaggio?

Massimo Bonfatti: Il fatto che Leo mi abbia dato “carta bianca” mi ha liberato dall’ansia di mettere le mani ad un personaggio che amo ma che è estremamente complesso e personale.
Sapevo che alla meglio avrei potuto fare solo un “mio” Rat-Man, non certo qualcosa di paragonabile al Rat-Man di Leo.
Quindi tanto valeva forzare la mano e creare sfacciatamente una storia mia nella quale il Ratto fungesse solo da pretesto.
Più che altro, quello che mi preoccupava era cercare di fondere gli argomenti di cui volevo parlare in una chiave ironica senza diventare tropo tedioso e senza rischiare di partorire un mostro.

mdb: Difficoltà particolari incontrate? Già si favoleggia che tu abbia riscritto la storia completamente almeno un paio di volte…

Massimo Bonfatti: Di difficoltà ne ho incontrate tantissime, a cominciare dal tema di base che non avevo mai affrontato, alle mie paure di non esserne all’altezza e all’ostinazione di voler comunque fare una storia di questo tipo.
Per me è stata una prova dura, paragonabile ad un esame universitario o se vogliamo a una prima scopata, e in effetti durante la stesura mi sono sentito spesso nello stato d’animo di uno che stava facendo un fumetto per la prima volta.
La necessità di riscrivere più volte la sceneggiatura, (dopo averci tanto pensato) dipende appunto dalla natura complessa e ambigua della storia che ho scelto di fare e dallo spazio limitato a disposizione.
Lo scoglio più duro è stato accettare dentro di me che la storia “avesse diritto di essere brutta”.
Io non so se lo è davvero.
Ad alcuni miei amici è piaciuta ma non è questo che importa, in quel periodo ho lavorato il più sinceramente e coraggiosamente possibile secondo il mio stato d’animo e le mie capacità del momento.

mdb: Non ci resta che aspettare, allora. C’è qualcos’altro che vuoi dire ai fans del Leo, il cui giudizio è visto da più parti come lo scoglio più duro da superare?

Massimo Bonfatti: Bè, del giudizio dei fans di Rat-Man mi preoccupo relativamente, spero che si divertano a leggere la mia storia non solo come lettori di Ratty ma anche da lettori di fumetti in genere. Non posso averli delusi perché non li ho mai illusi, visto che io non sono un disegnatore di Rat-Man anche se, come spiego nella storia, un giorno sarò il nuovo autore del personaggio di Ortolani (Eh! Eh! Eh!).
Inoltre c’è un’ultima cosa che mi rende assolutamente tranquillo e mi pone al riparo dalle ire furibonde della frangia più estremista e fanatica dell’orda Ratmaniana…anch’io sono uno di loro!

mdb: Ah! Ah! Ah! Eh, bè, allora… Senti, passando oltre, se non erro ricordo qualche apparizione dei tuoi "Girovaghi" sul vecchio Lupo Alberto, ma in linea di massima mi pare che tu non abbia quasi mai lavorato su personaggi "tuoi", per intenderci, quello che rappresentano Lupo Alberto per Silver, o Rat-man per Leo, tanto per citarne due a caso. Hai qualche rimpianto? Qualche rammarico?

Massimo Bonfatti: Lavorare su personaggi propri è il desiderio di ogni fumettaro, se non altro perché se il personaggio funziona i guadagni maggiori finiscono nelle proprie tasche anziché in quelle di qualche altro autore o editore (o entrambi) che magari si è solo limitato a fare da passacarte.
Ma anche questo non è sempre indispensabile, quello che conta è la passione e l’impegno che si mette nel lavoro uniti alla consapevolezza dei meccanismi che stanno prima e dopo la produzione delle semplici tavole a fumetti.
Se c’è una cosa che ho assimilato da Bonvi e da Silver è proprio questa consapevolezza di autorialità.
Autorialità non è sinonimo di professionalità, anche se può benissimo includere questo secondo concetto.
Generalmente è considerato autore colui che scrive e disegna un personaggio inventato da lui, ma non è sempre così.
Si può essere autori anche disegnando o scrivendo un personaggio di altri, ed è quello che ho fatto rinunciando a continuare personaggi miei per occuparmi di personaggi altrui con la stessa passione che avrei messo se li avessi inventati io.
Questo periodo di lavoro nel quale ho potuto se non altro farmi le ossa, è durato 15 anni e io lo considero anche un mio atto di generosità e di fiducia, una specie di attestato di riconoscenza verso un mio ex maestro e amico.
Il rammarico è forse constatare che tutta questa fiducia non era meritata o forse era semplicemente sproporzionata.
Può darsi che sia stato io ad illudermi che certe cose non potessero cambiare, magari sono proprio scemo e non riesco a capire il perché di certe cose.
Sicuramente io ho fatto molti errori, ed altri probabilmente ne farò in futuro ma almeno ho la coscienza a posto e spero di imparare qualcosa dalle cantonate che ho preso.
Il rimpianto è di non aver insistito a proporre cose mie che forse adesso potrebbero darmi molte soddisfazioni.
In ogni caso non sono pentito delle scelte che ho fatto, anche perché vi ci ero costretto da esigenze economiche e da scelte di vita.

mdb: E ora? Altri progetti?

Massimo Bonfatti: Non so, visto che Cattivik non me lo fanno fare e visto che Leo Pulp dipende dalle decisioni di Bonelli sono costretto ad aspettare senza poter fare veri progetti alternativi.
Ci potrebbe essere quello di cambiare mestiere, che è sempre una sana alternativa al continuare una professione così difficile senza averne il giusto ritorno.
Naturalmente spero in uno sviluppo editoriale di Leo Pulp ma vorrei riprendere anche i Girovaghi e sperimentare filoni diversi.
Ma nei fumetti è fondamentale la collaborazione degli editori per far si che le proprie storie incontrino il pubblico e momentaneamente, in Italia, c’è molta reticenza a produrre cose nuove.
D’altra parte ora siamo europei, prima ancora che italiani e cittadini del mondo prima ancora che europei e in questo mondo grande e variegato non esistono solo le cose a cui siamo abituati, per fortuna.
Forse, se io dovessi sparire dalla scena fumettistica potresti rintracciarmi tra alcuni anni e raccontare la mia nuova vita.
Anzi, sarebbe bello creare una rubrica in cui si racconta che fine hanno fatto i fumettari “desaparecidos”.
Magari si scoprirà che alcuni fanno mestieri interessantissimi, stimolanti e remunerativi.
Altri magari vivono in miseria ma almeno senza la fatica di stare metà della vita su un tavolo da disegno.
Ti piace come idea? Se vuoi te la regalo.
mdb: Bè, a caval donato… basta che poi non ci fai cominciare con te… intanto grazie di tutto e un grosso in bocca al lupo!

mdb