sabato 6 giugno 2009

La bolla di sapone - The Soap Bubble - 2004


di Alasdair Watson, da www.ninthart.com - traduzione di Diflot


Chris Claremont ha importato dalle “soap opera” la loro formula narrativa e l’ha fatta sua per le testate mutanti della Marvel e non è più riuscito ad abbandonarla. Questa formula ha dei punti di forza, come dice Alasdair Watson, ma non c’è nessun vantaggio nel diventare schiavi delle soap. (06 Febbraio 2004)

Le testate degli X-Men non riusciranno mai a scrollarsi di dosso l’influenza di Chris Claremont. Non solo Chris sta ancora scrivendo uno dei titoli della famosa linea (e, a orribile conferma della qualità delle altre serie, il consenso generale indica che non si tratta nemmeno del peggiore), ma l’approcciò che lo scrittore impostò negli anni ’70 e ’80 per qusti titoli è ancora quello che serve come riferimento agli scrittori che si occupano di queste storie (e di un sacco di altre testate di comics, tra l’altro).

Persino uno scrittore “eccentrico” come Grant Morrison ha affermato nelle interviste che il massimo punto di ispirazione per il suo approccio a “New X-Men” è stato il classico ciclo Claremont/Byrne, e non era difficile intuirlo.

Adesso che uno degli scrittori di punta è Joss Whedon, la cui Buffy (famosa serie televisiva che fa strage di cuori anche insospettabilmente elitari, ndT) (perché è il più bel tf del mondo! ndOrlando) può sicuramente dirsi debitrice di quelle storie in molti sensi, non sembra che nell’immediato futuro ci sia l’intenzione di allontanarsi molto da questo stile ormai “classico”.
Credo che tutto questo sia un maledetto peccato. Non perché le storie di Claremont fossero brutte: anzi, nonostante la scrittura avesse le sue pecche, è innegabile che fossero belle per l’epoca. No, credo che sia un peccato che gli scrittori coinvolti non cerchino di provare qualcosa di genuinamente nuovo. E non mi aspetto nemmeno che lo facciano. La realtà commerciale dice che nessuno minimamente accorto metterebbe improvvisamente le mani sulla più grossa gallina dalle uova d’oro dell’industria, testando su un così gran numero di lettori quella che resta un’ipotesi.
Resta il fatto che ormai gli X-Men sono stati utilizzati come metafora di oppressione da OGNI gruppo minoritario sulla faccia della terra, e fin dalla mia nascita questo fumetto non è stato altro che una lunga soap opera (e questa è un’orrenda constatazione, ora che ci penso). E ancora, non sarebbe interessante vedere che cosa altro è possibile fare con questi personaggi? Non dico una svolta clamorosa come quella di X-FORCE/X-STATIX, anche se credo sarebbe divertente. Dico solo di staccarsi dallo stile di scrittura “telenovelistico” che li ha caratterizzati completamente negli ultimi decenni. Cosa sarebbe degli X-Men se, invece di avere storie basate sul singolo personaggio che si srotolano in lunghi e tortuosi archi narrativi (anche la sequenza di Morrison vista nella sua completezza funziona in questo modo), l’approccio diventasse improvvisamente simile a quello di AUTHORITY – storie “dure” lunghe quettro numeri, fondate sulla sceneggiatura e senza nessun timore di cambiare anche radicalmente lo status quo fittizio che regola l’universo in cui I personaggi si muovono...
Ovviamente, non sono solo gli X-Men ad essere vittime di questa formula. E’ una cosa che esce fuori spesso una volta che una serie regolare si è stabilizzata: in termini di tecnica narrativa non ci sono grosse differenze tra scrittore e scrittore o se ci sono tendono a rappresentuare un’accentuazione del problema, e non viceversa. C’è una specifica ragione commerciale per tutto ciò naturalmente: lo stile “soap” incoraggia il lettore ad investire emozionalmente nel personaggio (e questo rende più facile costringerlo a comprare il numero successivo). L’altro lato della medaglia è che la “soap” è meno accessibile per un lettore occasionale che preferisce storie meno legate ad una continuity così stretta, magari con una separazione più netta tra un arco di storie ed il successivo.

Un fattore fondamentale dello stile “soap” è che gli eventi fanno riferimento a fatti accaduti mesi (quando non anni) prima: la rottura tra Scott (Ciclope) e Jean (Fenice) raccontata di recente da Morrison, per esempio, fa riferimento non solo alle storie scritte da lui, ma ad accadimenti anche di molti anni prima! Nella sequenza di Morrison ci sono un sacco di elementi “passati” (anche provenienti da cicli precedenti il suo) che lo scrittore riporta e che il lettore dovrebbe conoscere per capire bene quello che sta succedendo.

Però la vera potenza di questo gruppo di storie (la cui pubblicazione termina giusto questo mese in “Gli Incredibili X-Men”, ndT) sta nel grosso coinvolgimento emotivo nei personaggi, che prevede anche una conoscenza della loro storia passata (e non tutto può essere sempre ricapitolato). Il lettore casuale non riuscirà mai a entrare completamente nella storia, a prescindere da quanto bene questa sia raccontata.

Ma allora, in tempi in cui il numero dei lettori può subire delle variazioni terrificanti anche da un mese all’altro, è necessario spingere perché ci siano serie in cui la narrazione è più orientata al “plot”? Può darsi, ma anche questo tipo di serie presenta dei problemi. I primi 12 numeri di AUTHORITY, per quanto fossero divertenti, avevano una profondità emozionale veramente nulla: il tema centrale della storia era rappresentare la lotta degli eroi contro il mostro della settimana, senza nessuna preoccupazione di motivare l’agire dei personaggi, se non ad un livello molto superficiale. Una volta che si trova una buona scusa per combattere e il combattimento è fico abbastanza, siamo a cavallo. E se è possibile trattenere un pubblico con frizzi, lazzi e violenza gratuita per un po’ di tempo, prima o poi questi lettori per forza sono destinati a lasciare la serie, alla ricerca di qualcosa di nuovo, anche se si tratta sempre di frizzi, lazzi e violenza…
Quindi il giusto approccio sembrerebbe cercare una via di mezzo, e forse il modello più ovvio a cui rivolgersi in questo senso sono le serie televisive (qualcosa del genere Alan Moore l’ha fatto direttamente con TOP 10), che sono prodotte in puntate/unità narrative con un inizio ed una fine più o meno definiti e con lo stesso cast (escludendo magari gli episodi finali di ogni stagione, legati obbligatoriamente ad un discorso diverso legato alla necessità di finire col botto). Le serie portano avanti uno o due elementi di sceneggiatura tra una stagione e l’altra e questi garantiscono la coesione del materiale senza appesantire troppo la trama. Ma comunque sono rare le serie TV che arrivano alla terza o alla quarta stagione senza avere forti legami di sceneggiatura con gli episodi delle stagioni precedenti. Non è un’idea nuova per i comics – fino alla gestione attuale di HELLBLAZER da parte di Mike Carey, la serie vedeva in pratica un cambio netto di cast e di tematiche ogni volta che cambiava lo scrittore: in pratica si avevano dei tronconi di 40 numeri in larga parte indipendenti l’uno dagli altri. Ogni volta c’era come una ventata d’aria fresca, ma credo che questa sia una rarità.

A volte capita di avere uno scrittore che, con quel compito specifico, riesce a ribaltare completamente una serie (Moore su SWAMP THING ne è un esempio, così come molte delle prime serie Vertigo) ma questo rappresenta comunque una rarità, soprattutto per le serie di supereroi: di solito si scopre che, uno o due cambi di gestione dopo, quello che sembrava un “re-vamp” non è altro che un aspetto del solito tran tran legato allo status quo “telenovelistico” e non qualcosa di genuinamente nuovo.
Credo che sia necessario utilizzare un approccio che abbraccia gli aspetti migliori delle due scuole di pensiero che ho delineato senza scivolare troppo in nessuna delle due, anche se ammetto di non essere in grado di individuare il modo migliore di farlo. Forse è solo la mia passione per le cose nuove ed originali che mi spinge in una precisa direzione, ma credo di aver letto storie “soap opera” troppe volte e per troppo tempo, anche se gli attori o i personaggi cambiano. E questa è la ragione per cui non guardo Eastenders (si tratta di una famosa soap inglese, ndT).
Alasdair Watson

ndT: Alasdair Watson è l’autore di Rust (Ruggine, ndT), nominato agli Eagle Award.