martedì 9 giugno 2009

Kingdom Come - "Metafora" e recensione


Kingdom Come - Classici di Repubblica Serie Oro – 6,90€ - 224 pagine - Mark Waid: Testi - Alex Ross: Dipinti

KINGDOM COME: METAFORA
Come già successo in Watchmen, anche Kingdom Come possiede un substrato metaforico, forse non così complesso, ma comunque azzeccato. Se nel capolavoro di Alan Moore si rileggeva attraverso i vari team di eroi la storia del fumetto americano, Mark Waid utilizza la storia di Kingdom Come per lanciare la propria critica personale al mondo dei supereroi anni ’90.

La base iniziale della trama è rappresentata infatti dal conflitto (inizialmente puramente idealistico e poi fisico) tra la generazione classica dei supereroi (Batman, Superman e così via) ed una nuova generazione, molto più violenta, insensibile ed incurante della salvezza delle persone. Eroi (se così si possono chiamare) per cui utilizzare un potere vuol dire solo divertimento ed il diventare il più popolari possibile. Fino a che, inevitabilmente, accade il peggio e due Stati degli USA vengono nuclearizzati, causando il ritorno della “vecchia guardia”.
L’intento polemico di Waid è chiaro: l’autore, da sempre legato ai personaggi più classici, critica pesantemente i nuovi supereroi che ai tempi infestavano il mercato, scagliandosi neanche troppo velatamente contro la Image. Per chi non lo sapesse l’Image è l’imprint che lanciarono 6 famosi disegnatori transfughi (ovvero Todd McFaralane, Erik Larsen, Jim Lee, Mark Silvestri, Rob Liefield e Jim Valentino) dalla Marvel in cerca di un migliore trattamento, più notorietà ed, inutile negarlo, più soldi.

Peccato che, nel creare le loro nuove testate i sei illsutratori (con l’unica eccezione di Erik Larsen, l’unico che dimostrò talento per la scrittura) non si affidarono a degli sceneggiatori, preferendo fare tutto da soli, creando così una serie di fumetti che, fedele al nome dell’etichetta, erano completamente basati sulla spettacolarità, spesso fine a sé stessa, dei disegni, senza trame o dialoghi all’altezza. Come i supereroi dell’Image, anche quelli di Kingdom Come sono cool, visivamente accattivanti e moderni, ma essenzialmente dei bambocci vuoti, privi di spessore o valore, la cui unica soluzione è l’uso della violenza.
Guardando le cose da una prospettiva più ampia, la nuova generazione di eroi presente in Kingdom Come, sembra riassumere in sé tutte le peggiori caratteristiche del fumetto post-Watchmen: infatti sono pochi gli autori ed i creatori ad avere recepito bene il messaggio lanciato dall’opera di Moore, mentre gran parte delle volte è stato travisato ed utilizzato solo prendendone il lato più superficiale, portando ad una serie di vigilanti complessati, tenebrosi e psicotici. Lo stesso Moore si è più volte lamentato della cosa, auspicando un ritorno ad un fumetto supereroistico più classico.

Waid in Kingdom Come sembra voler seguire il suggerimento dell’autore inglese con una scelta forse sin troppo semplice, ma comunque efficace ed il confronto tra due generazione di supereroi non può che concludersi, moralmente ancora prima che fisicamente, a favore di quella classica.
Ma quelli erano gli anni ’90: viene da chiedersi come Mark Waid avrebbe potuto affrontare la generazione di fumetti nata dopo Authority, il fumetto di Warren Ellis che ha cambiato, aggiornato ed in parte rivoluzionato il concetto del supereroe. Chissà se anche in questo caso gli eroi classici ne sarebbero usciti vincitori assoluti…


KINGDOM COME : UNA PICCOLA RECENSIONE
Gli anni ’90 sono stati un periodo molto prolifico e fortunato per gli Elseworlds (ovvero storie ambientati in mondi alternativi rispetto al classico DC Universe): d’altronde la possibilità di poter disporre a proprio piacimento di personaggi storici ed immetterli in una realtà alternativa è un’occasione troppo ghiotta per non essere sfruttata dagli autori prima e poi dai lettori, incuriositi da queste nuove versioni. E’ però innegabile come, dal primo di questi esperimenti (il grande The Dark Knight Returns di Frank Miller e Klaus Janson) spesso gli Elseworlds si siano trasformati in pretesti per storie leggere e dimenticabili, guidate giusto da un’idea basilare sviluppata in maniera scontata. Fortunatamente, però, alcune opere riescono a sfruttare questa libertà e non c’è dubbio che il migliore di essi sia, probabilmente, Kingdom Come.

Mark Waid ci presenta una versione futura del classico DC Universe, descrivendo cosa ha riservato il destino ai più grandi supereroi: ci troviamo così davanti ad un’azzeccata parata di personaggi forse estremizzati, ma comunque affascinanti, a partire da un Superman più acido e disilluso, per arrivare ad un Flash ormai disumanizzato dal suo stesso potere. E sono proprio le caratterizzazioni il punto di forza dell’opera: non ci troviamo di fronte ad eroi bidimensionali il cui cambiamento è solo formale ed atto a shockare superficialmente il lettore, ma a complesse e credibili figure che vivono sulla pagina.

Come Alan Moore fece sul suo Watchmen (opera con cui Kingdom Come ha evidentemente molti legami, essendone in pratica uno dei figli più riusciti), anche Mark Waid va alla ricerca dell’uomo sotto la maschera, dando così vita ad un universo complesso edaffascinante dove le più vecchie e famose icone del genere supereroistico ritrovano smalto ed un potere evocativo forse perso nel tempo. Per quanto riguarda la storia, l’autore americano va sul sicuro, imbastendo una classica trama supereroistica, fatta di buoni, traditori insospettabili e cattivi che agiscono nell’ombra; forse nulla di esageratamente originale, ma comunque funzionale a fare rendere al massimo i personaggi. A tutto questo Waid aggiunge un’atmosfera epica ed incalzante, sottolineata dalle citazioni dall’Apocalisse che aprono ogni capitolo e che immancabilmente preannunciano un deflagrante finale.

A ben vedere è forse proprio sul finale, sul definitivo scontro tra buoni e cattivi, che Kingdom Come scade: nonostante le splendide tavole di Alex Ross, sembra essere tutto troppo annunciato ed anche una delle scene più crude che si siano mai viste in un fumetto di supereroi non riesce ad avere il pathos necessario per shockare ed impressionare il lettore più scafato.
In tutto questo ci siamo dimenticati di parlare del fondamentale apporto di Alex Ross con i suoi dipinti, qui alle prese con uno stile più dinamico e fumettistico rispetto allo stile fotografico di Marvels: non c’è dubbio che Kingdom Come sia la consacrazione definitiva per questo grande illustratore e le sue tavole, piene zeppe di particolari, citazioni ed inside jokes, sono una vera e propria gioia per gli occhi.
Insomma, approfittate dell’occasione di poter comprare un’opera come Kingdom Come ad un prezzo vantaggiosissimo (ancora complimenti alla Panini ed a Repubblica per avere rischiato a mandarla in edicola a questo prezzo) ed avrete una grande storia di supereroi; forse non un capolavoro, forse non un fumetto che abbia cambiato il volto del comicdom americano (nonostante certi proclami pubblicitari, di Watchmen ce n’e’ uno solo), ma un bel gioiello meritevole di stare in un posto d’onore nella vostra libreria.
Albyrinth