venerdì 5 giugno 2009

Ken Parker - gennaio 2003


Ken Parker: “umana avventura”


Ken Parker nasce nel 1977, all’ interno di un’ antologica western intitolata “Collana Rodeo”, non era però nelle intenzioni degli autori, ai testi Giancarlo Berardi ed alle matite Ivo Milazzo (che darà al personaggio i lineamenti di Robert Redford), dare vita ad un’ intera serie. E’ stato l’ editore, Sergio Bonelli, a chiedere loro, poco dopo la metà del primo episodio, di prosegui- re le vicende di Lungo Fucile (questo uno dei suoi tanti nomi indiani in riferimento ad un vecchio inseparabile Kentucky: un’ arma da difesa dotata di un unico colpo, a sottolineare lo spirito anticonformista del personag- gio). Le avventure proseguono sino al numero 59 del 1984, quando subiranno una prima battuta d’ arresto per poi riprendere su varie riviste antologiche, su un magazine e su un ultimo blocco di quattro speciali. Secondo le parole del suo creatore: "Ken Parker è un uomo d'oggi, con i problemi d'oggi. Non ha nessuna certezza, nessuna sicurezza, vive giorno per giorno con gli ideali che si è costruito da sé cercando ardentemente, disperatamente, coraggiosa- mente di essere coerente”.
L’ ambientazione western è solo un pretesto, per affrontare temi decisamente universali e dolorosamente attuali. Dal punto di vista editoriale, quella di Lungo Fucile riassume la sempre più frequente situazione del fumetto “di nicchia” che fatica per mille motivi (indipendenti dal suo valore artistico) a conquistarsi una propria fascia di fedele pubblico (lo “zoccolo duro”) tale da garantirgli la sicurezza della pubblicazione.
Diviene l’ ennesimo personaggio, amatissimo da una ristretta elite di lettori, ma sconosciuto ai più: ben lontano dunque da quell’ etichetta di "fenomeno di costume" che ha fatto la fortuna di (comunque validi) personaggi come Dylan Dog, forse più adatti a cogliere lo spirito del tempo. Ken Parker si scontrò con un gigante di nome Tex, con cui condivideva formato, casa editrice, scenario ed atmosfere e, se da un lato saranno proprio queste affinità a relegarlo maggiormente nell’ ombra (verrà da molti preventivamente etichettato come copia di Aquila Della Notte), dall’ altro ebbero il merito di costringere gli autori ad un nuovo approccio, ad un nuovo punto di vista con cui filtrare le vicende.
Che cinema, fumetto e letteratura da sempre si siano influenzati a vicenda è sotto gli occhi di tutti ed anche in questo contesto Lungo Fucile s’ inserisce con un’ originalità e sensibilità particolari: oltre a citazioni più o meno esplicite da film dichiaratamente fondamentali per la formazione artistica di Berardi, vediamo spesso Ken Parker interagire attivamente con i modi e le intenzioni di Totò, Mariylin Monroe, Bogart, John Wayne e John Ford, Peter Sellers, Poirot e tutti gli altri miti del poliziesco, con il maestro del fumetto argentino Alberto Breccia, con gli stessi Berardi, Milazzo e le loro precedenti creazioni, vediamo l’ Amleto su carta illustrato da Trevisan e la marcia del “Quarto stato” guidata dallo stesso Lungo Fucile sulla copertina del numero 58….
E gli esempi potrebbero continuare all’ infinito, perché il western di Ken Parker è quello in cui la cultura, dunque la possibilità di poter esprimere e difendere le proprie idee, è garanzia di libertà: Whitman, Melville, Shakespeare, Marx, sono solo alcune delle letture che lo accompagnano lungo il suo eterno vagabondare.
Si apre in questo modo la strada, diversi anni prima di Martin Mystere e Dylan Dog, al rinnovamento dei personaggi in casa Bonelli, gettando le basi per il successo della fortunata contaminazione tra fumetto d’ autore e fumetto popolare che caratterizza (caratterizzava?) la casa editrice di Via Buonarroti. Che il west di Ken Parker fosse dunque profondamente diverso da qualsiasi altra precedente interpretazione è, dunque, fuori discussione: non più la netta separazione tra buoni e cattivi, ma l’ analisi, talvolta toccante e tagliente, delle ragioni degli uni e degli altri, non più situazioni monodimensionali, ma vetrine umane tormentate, sfaccettate, a volte angosciate da dubbi e sensi di colpa scolpiti in una psicologia sempre autentica e mai retorica.
Perché uno dei grandi meriti di Berardi è quello di aver dato vita ad una connotazione del tutto nuova all’ agire dei personaggi (principali e non), con un’ attenzione particolare alle sfumature più che al netto contrasto, dove dettagli, parole e sguardi sono sempre misurati, soppesati e finalizzati ad una continua definizione delle singole figure e situazioni. Lo spessore umano ed emotivo del protagonista (e se vogliamo anche quello del lettore) non rimane mai, come nella tradizione del fumetto italiano, inalterato (risultando, cioè, alla fine di ogni episodio tale e quale alla condizione iniziale), ma ne è di volta in volta profondamente arricchito ed eventualmente mutato. Ma le innovative peculiarità di radicale rottura con la tradizione italiana sono anche altre. Prima fra tutte le tematiche affrontate: le paure, le superstizioni ed i pregiudizi dell’ uomo verso gli indiani (e fin qui nulla di nuovo), ma anche verso i neri, gli omosessuali e gli handicappati, le violenze razziste che ne conseguono, la condizione della donna alla fine dell’ 800, la tutela della natura in tutte le sue forme, animali e vegetali, l’ accettazione della condizione di esule in un mondo che non sempre ci appartiene ma che vale comunque la pena di provare a cambiare. Con coerenza e sacrificio.
Le situazioni sono vincolate ad una precisa, ma mai ingombrante, linea di continuity narrativa che, oltre i singoli episodi, porta Lungo Fucile attraverso un preciso percorso narrativo coerente ed in costante evoluzione, consentendogli di cambiare spesso luoghi e compagni di viaggio, di sposarsi con una donna indiana e di adottarne il figlio, di lavorare come scout nell’ esercito ed investigatore privato a Boston, di navigare nei mari del nord e di guidare slitte tra le nevi del Canada. Il tutto sempre abilmente orchestrato dalla poetica regia di Berardi, meticoloso autore di tutti i soggetti (anche se aiutato nelle sceneggiature da valide “nuove leve”, tra cui un giovanissimo Tiziano Sclavi); e se è vero che questo a causato notevoli ritardi nelle uscite (scontato prezzo da pagare perché venga mantenuta un’ alta qualità artistica nella produzione), ha anche permesso che il personaggio restasse sempre fedele a se stesso, alle sue idee, ai suoi modi alle sue intenzioni.
Ma oltre ogni altra considerazione, alla fine ciò che, indipendentemente da ogni volontà, s’ impone su tutto il resto è proprio il protagonista, la sua umanità sofferta, il suo coraggio ed impegno politico, civile e sociale, il suo anticonformismo, il suo desiderio di conoscere e migliorare la realtà che lo circonda, se stesso e gli altri. La sua capacità di cogliere le sfumature più nascoste e renderle laceranti colori di analisi interiore.
Nel luglio del 1996 Ken Parker termina (i successivi 3 speciali sono praticamente tutti retrospettivi) la sua corsa in un carcere della Florida accettando con fatalista rassegnazione la sua sorte: un finale sospeso, per una delle più belle epopee western del fumetto italiano, i cui motivi sono validi e diversi (ma trovo inutile entrare nello specifico); forse gli autori avrebbero voluto una diversa conclusione dopo vent’ anni di uscite altalenanti, e da tempo ogni tanto si parla di un possibile ritorno al lavoro di Berardi e Milazzo per chiudere con un finale più definitivo le gesta di Lungo Fucile. Indubbiamente sarebbe bello. Ma non per forza necessario… quello che conta è ciò che Ken è stato e ciò che ha dato… e se anche la sua saga è stata sospesa, il personaggio ha, dal mio punto di vista, concluso comunque la sua vita editoriale con un livello qualitativo assolutamente ineguagliabile, in un continuo crescendo tecnico, artistico, letterario che, a partire dal primo numero è sempre andato migliorando ed arricchendosi col tempo, senza mai venir meno, e lasciandomi dopo così tanto tempo e tante fitte pagine di emozioni la commossa gratitudine e sensazione di aver partecipato a qualcosa di unico ed irripetibile. Ken Parker si è così consegnato alla storia.
Come le rock star e i divi d’ altri tempi, come gli eroi delle nostre utopie, che trovano la forza ed il coraggio di andarsene quando sono ancora all’ apice del successo, quando ancora hanno un senso, quando ancora non hanno tradito nessuno. Perché si sa che prima o poi i miti e gli eroi ti tradiscono e tu improvvisamente o cresci o muori. Ken Parker si è risparmiato tutto questo. Ken Parker ha accettato il suo destino. So long, Lungo Fucile.
Andrea “Paco” Pacino