lunedì 15 giugno 2009

Kajimunugatai - novembre 2005


KAJIMUNUGATAI RACCONTI DI VITA E DI MORTE PORTATI DAL VENTO, di Susumu Higa - brossurato, 300 pagg., b/n - DVisual (2005) - euro 9,50

L’arcipelago delle isole Ryukyu, esteso per seicento chilometri fra Taiwan e Kyushu, la più meridionale delle quattro isole maggiori giapponesi, fu teatro nel 1945 di aspri combattimenti fra l’esercito nipponico, ormai vicino al tracollo, e le truppe americane che, dopo diversi mesi di bombardamenti aerei, iniziarono l’1 aprile l’invasione dell’isola principale, Okinawa, e diedero il via a tre mesi di intensa battaglia nel corso della quale morirono settantaduemila soldati giapponesi, dodicimila americani e trentamila abitanti dell’isola.
Susumu Higa racconta nel fumetto intitolato “Kajimunugatai – Racconti di vita e di morte portati dal vento” (1), pubblicato in Giappone nel 2003 e di recente tradotto in italiano da D/Visual, le sofferenze patite durante e dopo il conflitto dalla popolazione dell’arcipelago, formata in quel periodo in gran parte da donne, anziani e bambini perché molti uomini erano stati chiamati a combattere nelle zone remote in cui si era espanso l’Impero giapponese, dalla Cina e dalla Manciuria (già da parecchi anni sotto l’influenza giapponese) a nord-ovest alle isole dell’Oceano Pacifico a sud, mentre i pochi rimasti sull’isola furono costretti ad arruolarsi per difendere Okinawa (2).
Il libro è composto da una serie di racconti brevi che si prefiggono di mostrare la reazione di alcune persone comuni – del tutto lontane dalla classica figura dell’eroe/eroina tutto d’un pezzo – ad un evento sconvolgente come può essere una guerra così cruenta.
Fanno da sfondo alle esperienze tormentate dei protagonisti di “Kajimunugatai” alcuni avvenimenti della Storia che però non vengono narrati con la completezza e sistematicità che caratterizzerebbero la cronaca di uno storico ma solo nel limite in cui toccano le vite dei personaggi del fumetto. Nonostante questo carattere “accessorio”, gli spaccati sulle vicende belliche e post-belliche riescono ad assolvere una funzione di denuncia, lasciando intendere al lettore quanto i civili di Okinawa abbiano patito per colpa sia degli invasori americani sia dell’esercito che doveva proteggerli.
In “Kajimunugatai – Racconti di vita e di morte portati dal vento”, il racconto iniziale che dà il titolo a tutta la raccolta, vengono descritti i primi mesi della difficile convivenza tra la gente locale e gli Americani. La storia dei soldati liberi di stuprare e commettere qualunque crimine grazie alla compiacenza dei superiori, all’omertà dei commilitoni e alla certezza che davanti a un tribunale americano le assoluzioni sarebbero state certe e le eventuali pene molto blande è tremendamente attuale sia perché assomiglia all’esperienza vissuta dagli occidentali nei casi del Cermis – dove, a causa dell’incoscienza del pilota, un aereo americano tranciò i cavi di una funivia facendola precipitare e uccidendo venti persone – e di Abu Ghraib, il carcere iracheno tristemente famoso per le torture sui detenuti, sia perché è il prodromo di un’occupazione ancora oggi difficile da sopportare per colpa dei continui soprusi e vessazioni a cui sono sottoposti gli abitanti di Okinawa. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il Giappone, allo stesso modo dell’Italia, ha subito un’occupazione permanente da parte di migliaia di soldati americani e ben tre quarti di tutto il contingente sono di stanza sull’isola di Okinawa dove, fra dolo e colpa, episodi criminali simili a quello del Cermis successo in Italia sono innumerevoli. Da questo punto di vista il primo episodio del fumetto di Higa può essere visto come una significativa denuncia di una situazione che è ancora lontana dalle coscienze dei Giapponesi a causa del silenzio dei media e dell’atteggiamento servilista del governo sempre pronto a chiudere due occhi (3).
Come si legge nei racconti successivi, le prime violenze contro gli abitanti dell’arcipelago delle Ryukyu vennero però perpetrate da quello stesso esercito che aveva il compito di proteggerli dagli invasori americani. Interi villaggi di persone inermi si trovarono in balia di soldati allo sbando, abbrutiti e inariditi dalle violenze sistematiche commesse negli anni precedenti in Manciuria. Saccheggiarono l’isola sequestrando il cibo e lasciando i civili in preda alla fame, tennero per sé i rifugi sotterranei e le grotte naturali costringendo la gente del posto che li occupava ad uscire e a rimanere all’aperto sotto i raid aerei e infine spinsero migliaia di persone a compiere suicidi collettivi lanciandosi dalle scogliere, facendo credere che nelle mani del nemico sarebbero stati inesorabilmente torturati e uccisi e insistendo sul fatto che la cattura sarebbe stata un disonore per l’Imperatore e i loro famigliari.
Il crimine contro i civili più assurdo e folle è quello raccontato nell’episodio intitolato “Ishimunugatai – Racconti di vita e di morte narrati dalle pietre”. Senza che ci fosse alcun motivo plausibile, gli abitanti dell’isola di Hateruma vennero costretti a trasferirsi in massa sull’isola di Ishigaki, notoriamente affetta dalla malaria, portata nel XVI secolo da una nave olandese naufragata. La decisione assunta dall’esercito provocò la morte di oltre tremila persone e l’infezione di altre trentamila.
Quest’ultimo racconto è importante anche per capire e interpretare il libro, per accorgersi di quanto gli avvenimenti della guerra costituiscano una cornice e siano subordinati e funzionali alle vicende dei singoli, messe da Susumu Higa al centro della narrazione. Nelle tavole 6 – 9 gli abitanti di Hateruma si riuniscono su una scogliera per assistere ad una lontana battaglia nell’Oceano Pacifico fra la flotta americana e gli aerei kamikaze. La gente vede dallo scoglio solo uno spettacolo di scie di luci nel cielo e fari puntati dalle navi, molto simile alle immagini notturne verdognole e sfuocate trasmesse dalla CNN da Baghdad quando veniva bombardata durante la prima Guerra del Golfo.
Quello che succede in mezzo all’Oceano è incomprensibile per chi guarda a occhio nudo, al punto che gli ignari spettatori festeggiano quella che in realtà è una cocente sconfitta, come possono vedere solo due funzionari statali per mezzo del binocolo. Eppure l’autore del fumetto non mostra i combattimenti da vicino e nemmeno dedica note didascaliche ai kamikaze, nonostante in quel periodo decollassero a centinaia e abbiano legato il loro nome proprio alle battaglie combattute nell’arcipelago delle Ryukyu.
Perché Higa non documenta, non descrive e non si dilunga?
La guerra non è importante per se stessa ma nel limite in cui tocca i protagonisti del fumetto, e dall’isola di Hateruma, che non è stata né invasa né bombardata, quello che giunge della battaglia è solo un’incomprensibile scia di lampi nel cielo.
E’ un modo per dare risalto ai singoli personaggi ed accrescerne l’importanza nell’economia della narrazione ed è quindi ai personaggi che bisogna guardare per cercare una chiave di lettura dell’opera.
In apparenza le decisioni e i comportamenti degli sfortunati protagonisti del libro sono legati da un filo conduttore che è il contrappasso, come avviene in modo chiaro soprattutto in “Ishimunugatai – Racconti di vita e di morte narrati dalle pietre”, dove l’agente segreto che costringe migliaia di persone a morire di malaria viene a sua volta colpito dalla malattia. Più in generale ciascun protagonista degli altri racconti restituisce ai suoi aguzzini i tormenti che gli erano stati inflitti, in un brutale e inesorabile ciclo di vendette.
Molti episodi ricordano la struttura del film “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick dove, nella prima parte, il giovane Alex viene presentato come un folle sadico e deviato, un cancro in una società che, in mezzo a mille difficoltà, vorrebbe darsi delle regole e puntare lontano. Nella seconda parte del film la prospettiva viene però mutata e tutte quelle che sembravano le innocenti vittime del teppista si rivelano a loro volta carnefici ancora peggiori, pronte a restituire tutto e ad approfittare della debolezza altrui per sferrare colpi bassi.
Cade la distinzione fra criminali e vittime e la società, dalla famiglia che caccia Alex allo Stato che quasi lo lobotomizza, dai barboni che dovrebbero simboleggiare le persone più esposte che hanno bisogno di protezione al colto progressista che dovrebbe ergersi contro i soprusi di uno Stato fascistizzato, diventa un crogiuolo di lupi che si sbranano o, come suggerisce l’ellissi vista all’inizio di un’altra opera di Kubrick, “2001 odissea nello spazio”, di scimmie che non hanno mai smesso e mai smetteranno di massacrarsi a colpi d’osso.
La tentazione di vedere nel fumetto di Higa un pessimismo e una sfiducia nell’umanità paragonabili a quelle rintracciabili nelle pellicole di Kubrick è forte e viene rafforzato anche da un accostamento a un’altra opera che, quanto alla filosofia di fondo, è parente dei film del maestro inglese. Le isole oceaniche di “Kajimunugatai”, ricche di foreste e luoghi sperduti, fanno tornare alla mente l’ambientazione de “Il signore delle mosche” di William Golding (4), un romanzo che si prefigge di mettere in scena la massima per cui l’uomo produce il male come le api il miele.
Nel romanzo di Golding troviamo un gruppo di bambini sopravvissuti a un disastro aereo che, privi dell’assistenza degli adulti, tentano di costruire una società in miniatura con le sue regole, i suoi divieti e le sue gerarchie. Il risultato è fallimentare e le buone intenzioni, prima ancora di essere espresse, affondano nel sangue e nella violenza cieca.
Un simbolo dell’innocenza – i bambini – è lo specchio per le allodole che nasconde la più estrema brutalità e, come nei film di Kubrick, una condanna senza appello all’umanità e alla sua presunta capacità di progredire e migliorare.
La somiglianza con l’opera di Susumu Higa è davvero forte ma trovo che non si possa parlare di parentela, né con Golding né con Kubrick.
E’ vero che gli “innocenti” di Okinawa oltrepassano “il sottile confine tra individuo sociale e richiamo alle leggi di sopraffazione animale” (5) – come scrive Daniele Brolli che mette “Il Signore delle Mosche” e “Arancia Meccanica” (il romanzo) in relazione con un altro fumetto giapponese, “Dragon Head” di Minetaro Mochizuki – ma è altrettanto vero che nei protagonisti di “Kajimunugatai” non si riscontra una innata e naturale propensione al male. La loro scelta di vendicarsi, fatta in un contesto che è quello di una guerra dove si susseguono situazioni che mettono a dura prova sia l’idea di giustizia sia la razionalità dei singoli, è sempre una soluzione estrema, a lungo aborrita e poi accettata dopo mille ripensamenti. Susumu Higa, descrivendo queste debolezze, raggiunge il risultato di creare personaggi davvero tridimensionali e combattuti e, soprattutto, di dare una dimostrazione tangibile di come gli avvenimenti storici che fanno da cornice non vadano osservati in modo prevenuto e manicheo e non siano da analizzare con il solo fine di distribuire condanne e assoluzioni, appiccicando etichette di aguzzini a tutti i soldati e di martiri a tutti i civili. Kajimunugatai va così oltre i singoli episodi in quella che non è un’assoluzione dell’istinto di vendetta ma un tentativo di mostrare come la malattia della guerra incida e danneggi

Note
(1) S. HIGA, Kajimunugatai – Racconti di vita e di morte portati dal vento, D/Visual, Tokyo, 2005.
(2) B. MILLOT, La guerra del Pacifico, Rizzoli, Milano, 2002.
(3) Un’analoga denuncia è stata fatta trent’anni prima in un altro fumetto , “MW” di Osamu Tezuka. L’autore non nomina mai gli USA (parla sempre di esercito occupante) ma il riferimento è chiaro perché la storia ruota attorno ad un’arma pericolosissima chiamata MW, immagazzinata sul suolo giapponese all’insaputa della popolazione, che l’esercito occupante vuole utilizzare in una guerra combattuta nel sud est asiatico. I riferimenti ovviamente sono al Vietnam e al napalm. O. TEZUKA, MW, vol. 1 – 3, Hazard Edizioni, Milano, 2005.
(4) W. GOLDING, Il Signore delle Mosche, Mondadori, Milano, 1992.
(5) D. BROLLI, Adolescenti crudeli, in Dragon Head, vol. 2, Magic Press, Roma, 2002.
Luigi Siviero