giovedì 11 giugno 2009

"I" come "IMAGE"


Altri tempi.
Dall'aprile 1994 (leggo solo in italiano pardon), son passati solo 12 anni, ma sembra passato un secolo fumettisticamente (personalmente) parlando. Un paio d'anni fa, leggendo Here Comes Tomorrow (Fantasmi dal Futuro) la mini d'addio di Grant Morrison agli X Men, i disegni di Marc Silvestri mi fecero esordire con "Più che 150 anni nel futuro, qua sembrano 15 nel passato!".
Forse è stato in quel punto della lettura che ho capito quanto (per me) è stato importante il fenomeno Image, nel bene e nel male ovviamente, per l'interpretazione del Fumetto.
Ricordo, al tempo, le accuse ed i proclami incrociati tra le majors americane (la Marvel soprattutto) del fumetto ed i sei transfughi che per la cronaca erano: Todd McFarlane, Rob Liefeld (accreditati come i leaders della rivolta), Erik Larsen, Jim Lee, Marc Silvestri e Jim Valentino.
Si parlò di richieste sempre più folli, avidità e, soprattutto, arroganza da una parte e si replicò con il comunicato congiunto dei sei in cui ossesivamente veniva ripetuta la parola "rispetto".
Non è mia intenzione schierarmi da una parte o dall'altra, ognuno si sarà fatto una sua idea e, comunque, i temi che voglio trattare sono altri.
Tanto per non smentirmi, voglio fare una premessa, una sola. Parlerò solo dell'Image e del suo primo periodo.
Niente sottoetichette anche se fondamentali per parlare della sua evoluzione successiva, niente TMP, Wildstorm, Top Cow e via discorrendo.
Non vi voglio prendere tutta la giornata.
Partiamo subito in quarta con quello che era il cavallo di battaglia dei titoli Image: il Disegno… o meglio, i disegni.
Spettacolari, fragorosi, cartoonistici, pinuppari e chi più ne ha più ne metta.
Non era importante che fossero al servizio della storia (storia? Chi era costei?) e che i soggetti/canovacci si ripetessero quasi identicamente tra i vari supergruppi. Gli albi prodotti erano da apprezzare per quel che erano, delle esplosioni grafiche, delle magniloquenze visive.
Jim Lee in un'intervista di qualche anno fa li paragonava "a quei vestiti che indossiamo da adolescenti che, rivisti a distanza di anni, appaiono buffi e ridicoli, ma che, ai tempi, erano ganzi e fucking cool".
Però, una domanda me la son posta: davvero, nella sostanza, il fenomeno Image si riduce solo a questo?
Secondo me, no.
Non solo dal punto di vista sentimentale, ma anche da quello razionale.
La finalità di Spawn, Youngblood, WildC.A.T.S. e compagnia bella era molto più alta ed ambiziosa.
Era una discorso in cui il significante lotta per conquistare lo stesso livello di importanza del significato.
La forma reclama la propria indipendenza ed attua il proposito urlandolo in comics in cui "la forma è" fine a se stessa.
E, se vogliamo dirla tutta, non tutto è stato da buttare o da ri-vedere con una punta di imbarazzo. Alle super-splash di quattro o di sei pagine erano anche affiancati dei propositi sperimentali (soprattutto di Jim Lee); al momento rimembro l'utilizzo "longitudinale" della doppia pagina. Inoltre, alla "big I" vanno accreditate notevoli accelerazioni impresse a situazioni esistenti ma sottoutilizzate quali l'inserimento massiccio del computer nelle varie fasi esecutive o l'uso intrusivo (anche se spesso eccessivo) del colore.
Un altro aspetto fondamentale (trattato anche in una discussione postalcolica con vari elitari) riguarda l'indipendenza a 360 gradi dell'autore.
Indipendenza logistica, finanziaria, ed artistica del creatore della serie.
La scomparsa della figura dell'editor (l'editor di McFarlane era sua moglie!), il ridimensionamento del brainstorming con la sua limitazione alla pianificazione dei crossover più prevedibili e telefonati della storia.
L'autore "completo" rivendica il proprio diritto a creare quel che a lui piace, anzi quel che lui vuole anche esponendosi al rischio di sbagliare, di incappare in errori talvolta grossolani (ometto gli esempi per non sparare sulla Croce Rossa).
Con un editor di razza il lavoro sarebbe risultato oggettivamente migliore, ma, altrettanto oggettivamente, sarebbe risultato meno "personale". Avrebbe sfruttato appieno le potenzialità del proprio impegno, ma la direzione imboccata sarebbe stata non sempre in linea con "l'idea di base". Ragionamento opinabile finchè si vuole (e per me lo è, e parecchio), ma da rispettare se fatto da un creativo che si mette in gioco così tanto.
E, spesso, l'idea di base era dirompente anche se a livello solo potenziale.
Spawn, Youngblood, Savage Dragon per citare gli esempi che più mi hanno fatto riflettere sull'argomento.
Come non accorgersi del ritorno a tematiche horror, per anni quasi snobbate dalle major, seppur contaminate col mainstream in quell'(anti)eroe che, a detta del suo creatore, si proponeva come un mix tra Spider-Man e Batman?
Giorni fa, Roberto Recchioni in un suo topic ha affermato che l'opera più famosa di Liefeld può essere considerata "un'Authority scritta (e disegnata aggiungo io) bene". Come dargli torto, ri-leggendola con attenzione.
Erik Larsen ha ideato un superessere in cui ha sublimato molte esperienze personali (l'incendio della casa, i cattivi rapporti con vari colleghi, l'astio nei suoi confronti da parte della critica), non trasformandolo in un supereroe in tutù, ma rendendolo "umano" anche se con una pinna verde in testa ed al servizio della comunità con la divisa da poliziotto.
Personalmente e non solo sentimentalmente non mi sembrano elementi da sottovalutare.
Così come non è da sottovalutare un aspetto più concreto, ma non meno distintivo della questione: il tentativo di creare fumettisticamente un "terzo polo".
La ferma determinazione a mettere sotto coloro da cui si erano sentiti, spesso a torto, vessati (soprattutto da parte di Todd e Rob), ma anche la voglia di "giocare secondo le proprie regole" sovvertendo alcune delle esistenti, ormai stantie e sclerotizzate.
L'Image, è giusto ricordarlo, ha tentato di riqualificare anche economicamente varie figure professionali come quelle dell'inchiostratore e del colorista ed in parte ci è riuscita.
Il rapporto odierno dell'artista con i progetti creator owned è cambiato nettamente; e in meglio. Anche le major, timidamente, stanno fondando linee in cui per questi tipi di opere i diritti rimangono di proprietà del creatore come sta facendo la Marvel con la linea Icon.
I contro sono arcinoti, dalla responsabilità della saturazione del mercato e sua successiva implosione (anche se era in buonissima compagnia), alla disorganizzazione ed i ritardi spesso fuori di ogni logica. E smetto per non scrivere un papiro.
Questo è un dizionario sentimentale, forse avrei dovuto essere più… più qualcosa.
Ma che importa.
Quel che mi piace di questa iniziativa è che non ti costringe a redigere obbligatoriamente considerazioni di merito.
Al cuor non si comanda. Al massimo si parla, tanto basta.
La Big I (o IL BIG EYE, geniale quel grande occhio alla Sauron!) lo sapRete meglio di me, negli anni si è involuta per certi versi e per altri si è evoluta.
Alcuni dei fondatori, alla fine, si sono rivelati non dissimili da coloro che criticavano apertamente ed è stato davvero un male.
Altri si son mantenuti fedeli alla linea pur con tutti i distinguo del caso.
Una struttura fondata su sei pilastri che dovevano stare insieme, ma che, come si è visto, preferivano ergersi solitari ha determinato il fatto che molti dei propositi iniziali, oggi, si sono grandemente ridimensionati.
Riterrei ingiusto però, bollare l'esperienza come una meteora che ha creato sconquasso e nulla più.
L'importanza del evento Image la colloca come spartiacque fatto di "prima" e "dopo". Un altro approccio, un'altra visione delle cose, spesso totalmente errata nei presupposti, ma talvolta sottovalutata.
Oggi, solo un'altra voce che chiacchera nel rutilante mondo dei fumetti, ma comunque, un qualcosa in più di prima.
E non è poco.
James not Jemas