sabato 6 giugno 2009

Fare autobiografia a fumetti: Craig Thompson-David B. - 2004

La vita in gabbia, fare autobiografia a fumetti; breve confronto Craig Thompson/David B

Ho scelto di paragonare queste due opere per mettere in risalto quelli che secondo me sono i rischi maggiori di chi fa autobiografia a fumetti: il difetto di percezione che risalta in Craig Thompson è la mancanza di una vera propria idea di cosa sia il proprio mondo, che David B. non solo fa esplodere come linguaggio nuovo, ma si sostituisce ad ogni oggettività per consegnare ciò è lo scopo di tale operazione, la rinascita al mondo di chi racconta.
Due opere simili, “Blankets” e “Storia del Grande Male”, due opere evocatrici di un profondo malessere interiore che tentano la difficile strada di raccontare tale malessere, trasformando in narrazione ciò che di più ostico e sfuggevole esiste: il sentimento, colto in questi due casi nel suo nascere ed evolvere. I presupposti sono in entrambi casi simili, ossia un racconto di formazione personale, in cui la percezione della realtà si fonde con l’intimo diario degli stati d’animo dell’autore/io narrante.
I racconti, pur rispettando la successione temporale degli eventi, trasfigurano completamente ogni verosimiglianza, anche se “Blankets” conserva un contesto più riconoscibile naturalisticamente, proprio per legare il personaggio ad un ambiente ancora esterno, mentre in David B. la fuga dalla realtà è totale e drammatica.
David B. nasce in Francia nel ’59, disegna fumetti dalla metà degli anni ’80 e, dopo un periodo rivolto alla produzione per l’infanzia o all’avventura commerciale, inizia a scoprire e sviluppare le potenzialità che il fumetto offre nel campo del fantastico e della paura.
A parere di chi scrive, la maggiore efficacia de “Storia del Grande Male” risiede proprio nella distanza irreparabile e malinconica nei confronti del mondo e degli affetti familiari (che, per un bambino, sono davvero tutto il mondo): una distanza che il piccolo David crea per proteggersi dalla sofferenza e che si impegna a colmare solo quando sarà diventato abbastanza forte da imporre la sua visione del mondo diventando artista.
L’inconscio verso cui David B. scivola nella sua infanzia, popolato da creature spaventose e immaginifiche, non è più rassicurante o più facile della realtà che lo circonda, ma proprio perché riguarda solo lui, è sotto la sua responsabilità: David B. ci insegna che convivere con i propri demoni è la linea d’ombra che separa l’infanzia dalla maturità.
Purtroppo in “Blankets” manca questo richiamo individuale (cosa che mi permetto di imputare alla non ancora grande esperienza dell’autore), in quanto manca proprio al protagonista disattato un’idea sufficientemente formata del suo mondo per riuscire a convivere col mondo degli altri: la fine della storia d’amore, che occupa buona parte del libro, nasce anche dalla lontananza che improvvisamente separa i dua amanti, proprio perché il protagonista/io narrante non riesce a capire la sua ragazza, che scivola sullo sfondo esattamente come tutta la realtà da cui non riesce a fuggire. Manca in Thompson un’analisi interiore che vada oltre una ricerca di accettazione che non arriva se non sporadicamente e sparisce quando la novità di una nuova situazione si tramuta in quotidianità: Thompson non conosce se stesso abbastanza bene da riconoscere che da se stessi non si fugge.
Che cosa rende “Storia del Grande Male” un racconto al contempo lucido e visionario, sofferto nel ricordo e potentissimo nell’evocazione, un capolavoro di narrazione che sa legare la vicenda individuale di un bambino, il suo sviluppo interiore, la storia della sua familgia e la precisa evocazione di un periodo storico in un unico contesto?
Al contempo, che cosa rende “Blankets” un lamento privo di vera sofferenza, un tentativo immaturo incapace di approfondire, senza andare oltre la cronaca degli stati d’animo dell’io narrante, un vero percorso di formazione e crescita interiore? La domanda che mi pongo di fronte a due opere simili nella sostanza è: perché la prima è arte e la seconda, purtroppo, un fallimento, anche se ambizioso ed affascinante?
“Storia del Grande Male” è pubblicato in Italia in due volumi (editi dalla Coconino Press di Bologna, così come “Blankets”), che raccolgono i sei capitoli francesi per un totale di 361 tavole. Il grande male del titolo è l’epilessia del fratello maggiore di David B. (a questo punto conviene accennare al fatto che il suo vero nome è Pierre-Francoise e che da bambino se lo è cambiato, quasi a voler sancire la sua indipendenza). Cosa, allora, permette a David B. di irrompere nel territorio del fantastico, di investire con un inarrestabile flusso di coscienza l’intera sua storia personale, senza perdersi in un accumulo di assurdità, ma sempre attento alle personalità del suo alter ego sulla carta, descritta attentamente nel cambiamento attraverso gli anni?
Una risposta possibile, oltre all’indubbio talento grafico dell’autore (basti vedere certe tavole tagliate dalla china come se fosse accetta, eppure bastano poche linee ad evocare un turbamento interiore ed uno spostamento di percezione che apre all’incoscio ed alle sue creature), è l’impietosa lucidità con cui sceglie di raccontare se stesso e la propria famiglia alla luce dell’epilessia del fratello maggiore, un evento che segna tutta la sua esistenza futura. Senza alcun tipo di concessione alla pietà o all’autocommiserazione, senza alcun indulgenza alla propria sofferenza (tantomeno al fratello, oggetto di alcune feroci considerazioni), David B. è il primo testimone della propria storia, senza risparmiare i dettagli anche sgradevoli del rapporto con familiari e amici, senza risparmiarsi nel mettere in mostra le proprie debolezze, idiosincrasie, le proprie paure irrazionali, senza concedersi uno spazio privilegiato: come testimone di un mondo assurdo e selavaggio, dove i mostri dell’incoscio vivono e proliferano tra noi, il piccolo David B. personaggio è la prima assurdità, con la sua passione per il disegno come fuoriuscita dalla realtà, con la sua fantasia violenta e lo sguardo crudele verso il mondo degli adulti.

Craig Thompson è un autore americano ancora giovane, trentenne quest’anno, con all’attivo due sole opere, “Addio, Chunky Rice”, esordio del ’99, e “Blankets”, tomo di quasi seicento pagine uscito nel 2003. “Blankets” è un fumetto autobiografico che racconta il passaggio dell’autore dall’infanzia alla maturità, riservando grande spazio alla propria educazione di stampo cristiano ed al primo innamoramento, il vero motore della crescita emotiva.
Non è importante soffermarsi sulla fattispecie di ciò che è raccontato, in quanto non è il singolo episodio che colpisce il lettore, quanto il modo in cui è raccontato, tanto più in un fumetto, dove lo stile dell’autore è più direttamente coinvolto con la sua visione del mondo. “Blankets”, a mio avviso, è indebolito dall’insopportabile timidezza dell’autore, indeciso tra una cronaca fedele della sua giovinezza, quindi oggettiva, e la totale trasfigurazione fantastica della realtà: ciò si traduce nella confusione dei due registri narrativi, confusione che nella lettura si traduce in fastidioso cortocircuito per cui è arduo distinguere tra una realtà che è solo proiezione della mente dell’autore/personaggio ed una fantasia, o meglio di una lettura fantastica e poetica del mondo, che rimane al confine di questa realtà, senza mai effettivamente modificare la percezione del personaggio/autore.
A differenza di David B. che fugge da ciò che lo circonda per rifugiarsi in se stesso, tutt’altro che un luogo piacevole e facile, forse il più pericoloso perché esposto alla violenza inconscia, Thompson è in bilico tra il fuggire verso nessun dove ed il desiderio di integrazione nella società, che David B. ricrea dal nulla in se stesso: la realtà è questione di percezione, la percezione è questione di scelta e quindi di responsabilità verso se stessi.
Il mio giudizio non vuole essere una condanna inappellabile per Craig Thompson, che paga un’ancora non risolta immaturità, non aiutata dalla mole del suo tomo: la breve distanza che lo separa dagli anni delle vicende narrate non sembra aver aiutato la giusta presa di posizione, troppo ancorata all’indulgenza nei confronti dei propri errori e all’autocommiserazione. Forse è stato un gesto sproporzionato alle sue possibilità aver intrapreso così presto la strada dell’autobiografia? Forse si, ma questo non toglie il merito ad un autore così coraggioso che si è esposto totalmente, nella propria vita privata e nelle proprie ambizioni artistiche.
Luigi Mondino