giovedì 11 giugno 2009

"F" come "FEMMINE INCANTATE"


Era da tempo che volevo realizzare un articolo su Magnus e sulla sua opera più mirabile a livello grafico, Le Femmine Incantate, ma, ogni volta, c’era qualcosa che mi bloccava.
Il vero problema, alla fine, era che, aldilà di qualche nozione tecnica, avrei finito per scrivere quattromila caratteri di complimenti a Magnus. Non che non li meriti (forse non basterebbe neanche un’intera Enciclopedia Treccani fatta di soli complimenti per rendere omaggio a questo artista incredibile), ma sarebbe stato inutile. Invece questo “Dizionario Sentimentale dei Fumetti” sembra perfetto per spiegare cosa rappresenti veramente per me Magnus e la sua arte e le emozioni che è capace di suscitarmi, soprattutto con Le Femmine Incantate, ovvero quello che ritengo il suo capolavoro assoluto.
Conobbi Le Femmine Incantate in modo quantomeno particolare: ero in un periodo in cui stavo tentando di ampliare le mie conoscenze sul fumetto andando in cerca di quello che viene definito, un po’ spocchiosamente, Fumetto d’Autore, recuperando volumi vecchi alle fiere e frequentando un paio di biblioteche comunali ben fornite di fumetti (una vera rarità). Ovvio che, alla fine, mi imbattei anche in Magnus, che conoscevo solo per gli Alan Ford lasciatimi in eredità dai miei fratelli. Doveva essere un volume de Lo Sconosciuto, penso i numeri 3 e 4 della ristampa Granata, ma, a dire la verità, non rimasi così colpito, un po’ perché erano i numeri in mezzo, un po’ perché, probabilmente, li lessi un po’ di fretta e senza grande attenzione.
Ma il colpo di fulmine era stato solo rimandato di poco….ad una delle primissime Cartoomics di Milano.
Ero con un amico a fare il solito giro alla ricerca di chissà quale chicca ed arrivammo allo stand Play Press, dove c’era l’allora redattore Andrea Voglino nel tremendo compito di rispondere ai fan. Mi avvicinai per fargli una domanda su non ricordo che cosa (probabilmente qualcosa su possibili ristampe di Batman, insomma un classico) e, non si sa bene come, ci ritrovammo (alla fine oltre a me, Andrea ed al mio amico si erano aggiunti un altro paio di persone) a fare una lunghissima chiacchierata su qualunque argomento. Non saprò mai se Andrea restò lì per pura gentilezza o per gratitudine perché non lo assillavamo con impossibile domande sulla continuity DC o perché fosse veramente interessato, ma, nonostante la fiera fosse una mezza schifezza, me la ricorderò sempre come una delle più divertenti ed interessanti a cui abbia mai partecipato.
Comunque sia, ad un certo punto, il discorso cade sul fumetto italiano e, dalla sua cartelletta, Andrea estrae una tavola originale con una pin-up di Baldazzini (il commento è stato qualcosa del tipo “E’ un vecchio porco, ma adoro le sue donnine!”) e poi dice che c’è una tavola per cui farebbe debiti per tuta la vita e si dirige con sicurezza allo stand a fianco, prende il volume de “Le Femmine Incantate” della Granata Press e ci mostra la terza tavola dell’opera: un paesaggio naturalistico di una montagna che Magnus ha riempito di alberi, tutti disegnati in perfetta prospettiva e proporzione. Non è però la minuzia incredibile dei particolari a rendere immensa quella tavola: è tutto l’insieme, l’effetto che riesce a trasmettere con un’atmosfera unica, resa in maniera eccezionale dall’uso del chiaroscuro. E’ in quel momento che ho avuto il colpo di fulmine e mi sono innamorato dell’arte di Magnus: ho sfogliato, quasi per prassi, il resto del volume e pochi secondi dopo avevo estratto il portafoglio, quasi tremante.
Anche la prima lettura dell’opera si rivelò assai particolare: di solito quando si è davvero ansiosi di leggere qualcosa di nuovo si finisce per divorare il volume, presi quasi da un’insana frenesia.
Per Le Femmine Incantate fu diverso: ci vollero forse un paio di ore prima di arrivare all’ultima tavola, perché ogni singola pagina rappresentava una scoperta da contemplare per qualche decina di secondi in estasi. Perché, nonostante migliaia e migliaia di pagine a fumetti lette in vita mia, non sono mai più riuscito a trovare una tale perfezione: nei dettagli, nell’uso del chiaroscuro, nelle anatomie, nelle prospettive…e nell’amore e nella fatica che Magnus riversa in ogni singola vignetta di questa opera straordinaria.
Ed, ovviamente, nelle emozioni che sa scatenare: oltre alla tavola già descritta in precedenza ci sono due momenti che adoro: la sensazione di totale malinconia che riesce a creare la vignetta in cui Magnus raffigura un monte completamente coperto da lapidi e la magia della vita, raffigurata con incredibile semplicità nel primo piano del bambino che viene alla luce nell’ultima storia del volume, La Guardiana Del Ponte.
Ma Le Femmine Incantate non sono solo disegno: anche le storielline scelte da Magnus nella tradizione orientale sono rinarrate con gusto e con personalità e, per quanto forse un po’ auliche nel tono, riescono ad emozionare, soprattutto per quanto riguarda l’ultima, la già citata La Guardiana Del Ponte, un eccezionale inno alla vita. Certo, forse il Magnus scrittore ha saputo dare il meglio di sé nello scenario avventuroso e politico de Lo Sconosciuto o nelle avventure tra fantasy ed ironia de La Compagnia Della Forca, ma, nel complesso, Le Femmine Incantate rimane probabilmente il suo fumetto più mirabile e più “Autoriale”, se vogliamo usare un termine tanto caro alla critica fumettistica.
Personalmente dentro quest’opera ci trovo davvero tutta la personalità di Magnus: la sua passione per la cultura e per la filosofia orientale, il suo amore e la sua ammirazione per la natura, le sue donne, così perfette ed irraggiungibili contrapposte a quell’erotismo esplicito ed un po’ porcellone e tutta la sua capacità unica di ritrarre le espressioni umane…tra le tante cose. Ogni volta che sfoglio il volume vengo riassalito da queste emozioni e mi ricordo del perché Magnus sia forse il miglior autore a fumetti che abbia mai messo piede sulla Terra; per troppo poco, probabilmente. Sono già passati dieci anni da quando se ne andò, lasciando quell’ultima incursione nel mondo de Lo Sconosciuto incompleta dopo una manciata di pagine e mi assale la solita tristezza al pensiero che non potremo mai più vedere la sua arte.
Per la cronaca anch’io farei debiti per i prossimi quarant’anni per comprare quella tavola con il paesaggio montano…
Albyrinth