mercoledì 3 giugno 2009

Exiles - settembre 2002


Exiles di Winick McKone - su: X-Treme X-Men, mensile, brossurato, colore - Panini Comics

A prescindere da tutto quel che ci è stato detto sinora, i mutanti non sono tutti temuti e odiati dal mondo che hanno giurato di proteggere. Questo, per il semplice fatto che non tutti si trovano sullo stesso mondo. Si tratta sempre del pianeta Terra, ma il Multiverso Marvel (e quello mutante in particolare) è composto di infinite dimensioni alternative, in cui un evento accaduto in momenti o con modalità diverse modifica in bene o in male l’intero corso della storia. Naturalmente, un homo superior reietto che per dieci anni ha vissuto in un campo di concentramento, avrà una filosofia, un modo di pensare e di agire ben diverso dall’X-Man nato in un’epoca di tolleranza ed eguaglianza per tutti, e se questi due dovessero trovarsi a combattere uniti, sarebbe interessante vedere che attriti ci sarebbero, che sensazioni proverebbero ed in che modo si porrebbero di fronte alla stessa situazione.
Ecco, Exiles nasce proprio da questo presupposto: cosa succederebbe, se si mettesse insieme un gruppo di X-Men provenienti da linee temporali profondamente diverse da quella del Marvel Universe ufficiale e si fornisse loro il medesimo scopo, ovvero riparare le “falle” nella struttura del tempo per salvare il proprio futuro?
Judd Winick ha appena cominciato a rispondere al pubblico italiano con il primo episodio della serie, pubblicato dalla Panini su X-Treme X-Men, che questo mese è anche oggetto di campagna promozionale, visto che il prezzo è di un solo euro (tralascio i miei commenti sulla cosa, perché non è il posto né il momento per parlarne, ma è stata gestita malissimo).
Quando cominciai a sentir parlare della serie, mesi fa, temetti che sarebbe stata una cosa da appassionato degli X-Men di lunga data, un po’ come certe collane dei primi anni ’90 dove ogni tre vignette c’era un riquadro in basso a destra che indicava dove andarsi a cercare le storie a cui si riferivano i personaggi. La mia idea era supportata dalle news che leggevo in rete, dove si parlava di protagonisti che sarebbero stati delle “vecchie conoscenze” dei lettori di X-Men, affermazione che faceva presagire un ampio ripescaggio di figure minori e sconosciute ai più, operazione peraltro contraria al Quesada-pensiero, che mira a scrollarsi di dosso il pesante fardello rappresentato da quarant’anni di continuity in favore di storie che siano comunque coerenti con essa, ma che siano anche facilmente avvicinabili dal lettore occasionale o dal neofita, che non riesce a sentirsi coinvolto se non capisce nulla di quello che legge (chi non proverebbe in egual modo smarrimento e noia, in quelle condizioni?).
Per fortuna, avevo frainteso: i componenti del team di Exiles sono effettivamente già noti a chi legge le storie dei mutanti da molto tempo, ma non sono le stesse versioni del Marvel Universe ufficiale, e quindi conoscerne la caratterizzazione originaria non è essenziale, a meno di non volersi sbizzarrire a fare il gioco delle similitudini. Quel genio del marketing che è Quesada, quindi, ha colpito ancora: ha fatto contenti gli esigenti True Believers, che potranno andare a rileggersi la storia in cui compare per la prima volta Mimo e - nei casi più ossessivi - controllare se aveva il pizzetto tagliato nello stesso modo, ed ha contemporaneamente messo in commercio un fumetto a sé stante, perfettamente autoreferenziale e fruibile anche dall’ultimo arrivato (quale sono io, ad esempio).
Da quel poco che abbiamo potuto vedere della serie qui in Italia, tutto promette bene: lo sceneggiatore non è mai troppo prolisso nelle didascalie ed è in grado di sintetizzare le informazioni necessarie al lettore per capire ciò di cui si sta parlando lasciando al penciler, Mike McKone, il compito di aggiungere un significato in più al tutto trasponendo le parole in immagini. Inoltre, Winick dimostra sin da subito di aver capito a cosa deve prestare attenzione, per evitare che la sua narrazione diventi lenta e ripetitiva, e riesce persino a riassumere le vicende di vita di ogni personaggio senza perdersi in flashback poco realistici o in monologhi al limite della recitazione. Anche la distribuzione delle parti della storia non è male e, sebbene sia un po’ schematizzata, è arricchita dalla discreta capacità dell’autore di trasmettere emozioni: all’inizio c’è l’incontro casuale di tutti i characters, confusi più che mai; immediatamente dopo, sopraggiunge un personaggio che spiega agli astanti il motivo per cui sono tutti riuniti, pur lasciando alcuni punti in sospeso ed altri particolari sottaciuti; da qui, comincia l’azione: Blink ed i suoi compagni arrivano nel punto dove si è verificata l’anomalia temporale, e proprio dopo aver finito la missione… c’è il colpo di scena delle ultime due pagine, che non anticipo perché immagino che chiunque legga questa recensione per farsi un’idea sulla serie non voglia sapere come va a finire il primo numero…
I dialoghi, vero punto di forza dello sceneggiatore, sono freschi, velati di ironia e sufficientemente credibili nonostante l’atmosfera fantascientifica della serie, i cui cardini sono -come già detto- dimensioni alternative e distorsioni temporali: uno stile a metà tra l’iperrealismo di Bendis, i cui personaggi sono quasi vivi grazie alle sole loro parole, e l’originalità di Peter David, un vero maestro nel suo mestiere. Winick non è ancora al livello di nessuno dei due, ma i suoi personaggi già trasudano vitalità (il linguacciuto e creativo Morph ne è l’esempio calzante) e possiamo ben sperare in un’evoluzione interessante delle sue capacità, peraltro sviluppatesi esponenzialmente anche solo dalla miniserie di Blink a oggi (anche perché all’epoca lui scriveva solo i testi, lo sceneggiatore era Lobdell).
A tal proposito, c’è da ricordare che quella storia pressoché inutile era il prologo dichiarato alla collana dedicata agli Esiliati, sebbene l’unico punto di contatto tra le due cose sia la protagonista mutante dal colorito violaceo, che nel quarto ed ultimo episodio della sua mini viene misteriosamente teleportata in un deserto, e lì si ritrova all’inizio di Exiles #1. Sicuramente non indispensabile e, considerando anche quant’era tediosa ed insulsa suddetta quadrilogia, la Marvel avrebbe potuto risparmiarsela e risparmiarcela, magari utilizzando una sola pagina all’interno del primo episodio della nuova serie per un flashback (qui l’avrei sopportato e supportato) che spiegasse in che modo Clarice fosse sopravvissuta alla distruzione del suo mondo, noto ai lettori di vecchia data come l’Era di Apocalisse.
Per quanto riguarda la parte grafica, McKone ha un tratto sottile ed essenziale e, proprio per questo essere poco votato ai dettagli, il suo stile risulta abbastanza piatto se si prova a pensare agli stessi disegni senza colori che evidenzino luci ed ombre, ma è in ogni caso un buon matitista, piuttosto sopra la media e piacevolmente particolare, nell’era successiva al modello Image, caratterizzato da bruti muscolosi e donne prosperose un po’ ovunque, che venivano a minare le peculiarità artistiche di chi illustrava in maniera più singolare. In sostanza, Exiles si presenta come un fumetto godibile e piacevole, magari non indispensabile ma interessante e destinato a migliorare, visti i presupposti. Non per nulla, del resto, la più famosa rivista americana di comics, Wizard, l’ha insignita del riconoscimento di “Miglior serie esordiente del 2001”.
Daniele “Youngest”