mercoledì 3 giugno 2009

Detective Conan - ottobre 2002


Detective Conan di Gosho Aoyama - nn. 1 - 22, ago '98 - ott 2000 - Comic Art

Quando il giallo diventa fumetto!
Detective Conan è un “anime” di discreto successo qui in Italia, trasmesso ininterrottamente dal Maggio di quest’anno a cadenza bi-tri settimanale (e per un certo periodo anche giornaliera) su Italia 1 alle 13:40 ovvero l’orario di punta per questo genere di programmi, quotidianamente in concorrenza e in alternanza con blockbuster come “All’arrembaggio” (urgh!) e Dragonball (alla miliardesima replica ma sempre molto seguito), cavandosela sempre egregiamente posizionandosi ogni volta tra i primi quattro programmi più visti della rete con ascolti di oltre 2.000.000 di spettatori (tanto per citare un esempio, venerdì 7 Dicembre 2002 ha realizzato 2.398.000 spettatori collocandosi al terzo posto tra i programmi più visti della giornata).
La serie tv, in onda in Giappone dal lontano 8 Gennaio 1996 e ancora in onda a tutt’oggi (pare), conta già numerosissimi ep (ben oltre 270!!) e svariati special e film; tutto questo popò di successo (sempre in Giappone sono sorti negozi specializzati dedicati esclusivamente a Conan e alla vendita di materiale da detective, pupazzetti, migliaia di gadegts e di poster sul personaggio e ovviamente moltissime raccolte di episodi in videocassette e dvd) nasce dal fortunato manga originale di Gosho Aoyama “Meitantei Conan”, serializzato su “Shonen Sunday”, testata di punta della Shogakukan, dall’ancora più lontano 1994, i cui volumi vendono ben oltre 1.000.000 di copie ad ogni uscita (ultimo il 39° a Novembre 2002). Dall’autore il personaggio di Conan eredita innanzitutto le passioni principali, ovvero il calcio (pare Aoyama sia tifoso del Milan!) e ovviamente Sir Arthur Conan Doyle dal quale mutua addirittura il nome da dare al suo personaggio ma anche il genere “giallo” in toto, infatti il cognome di Conan è Edogawa preso nientemeno che da RaNpo Edogawa, pseudonimo dietro il quale si cela il Conan Doyle giapponese (nato nel 1894, scrisse nel 1923 un racconto poliziesco che inviò all’unica rivista del settore e fu subito un successo; lo pseudonimo è un omaggio ad Edgar Allan Poe che in giapponese viene pronunciato Edogah Aran Poh.
Per oltre 30 anni in patria ebbe un successo quasi maggiore di Conan Doyle stesso, fino al 1965, anno della sua morte con all’attivo 30 romanzi, parecchi saggi e racconti brevi sempre di e sul genere giallo/poliziesco; personaggio centrale dei suoi romanzi era un investigatore privato degli Anni ’20 chiamato Kogoroh Akechi, anch’esso considerato alla stregua del più noto Sherlock Holmes. E Kogoroh è anche il nome dell’altro detective che compare in Detective Conan…e il cerchio degli omaggi si chiude!). Aoyama mescola quindi sapientemente elementi di comicità e del mondo del pallone (!) col thriller e con un’ambientazione gialla, di quel giallo “classico” tipicamente britannico di cui Doyle fu il capostipite (e citiamo anche la Christie perdiana!!), ovvero quella del delitto “impossibile” (casi come quelli “della porta chiusa” qui fioccano come il pane in numerose varianti), dell’indagine meticolosa per determinare colpevole, movente e “modus operandi” (con interrogatori dei sospetti, analisi del corpo della vittima e della scena del delitto) e la risoluzione finale di fronte a tutti i protagonisti della vicenda con la ricostruzione/spettacolo della scoperta del colpevole ad uso e consumo dei presenti, innocenti o meno e semplici spettatori.
Il protagonista, Shinichi Kudoh, è quindi il classico detective autodidatta, outsider estemporaneo di un campo che non dovrebbe essere il suo ma che invariabilmente tira badilate di letame in faccia agli investigatori sulla carta più esperti appartenenti alle polizie di tutto il mondo; dopo le barzellette sui carabinieri e le figure barbine rimediate anche da Scotland Yard di fronte a Holmes (l’ispettore Lestrade), Poirot (l’ispettore Japp) e pure Miss Marple (un numero imprecisato di sovrintendenti) ecco arrivare finalmente il turno di quella giapponese con il tonto ispettore Megure. A tutta prima neanche si direbbe, ma è chiaro che un rappresentante della polizia che deve sistematicamente rivolgersi ad un giovane investigatore diciassettenne per togliersi le castagne dal fuoco o è imbecille o in pratica ruba lo stipendio; già, Shinichi, che viene presentato come il più grande investigatore del Giappone (evviva la modestia!), che oltre a risolvere casi ha come altro hobby quello del calcio (guardacaso) e che soprattutto dopo aver risolto l’ultimo dei delitti nei quali era incappato (un complicato omicidio compiuto a bordo di un vagone delle montagne russe con tanto di decapitazione del malcapitato in occasione del passaggio in un tunnel) girando per il Luna Park si imbatte in due loschi individui vestiti di nero che decide di inseguire insospettito, finendo fatalmente per imbattersi in qualcosa che non doveva vedere. I due misteriosi uomini in nero dovevano infatti incontrarsi per concludere un ricatto ai danni di un non meglio precisato dirigente di una ditta implicata in un traffico d’armi; scoperto mentre assisteva alla transazione viene tramortito ma invece di essere eliminato immediatamente, cosa che avrebbe potuto attirare la polizia ancora lì nei paraggi per l’omicidio di poco prima, gli viene fatto bere un potente veleno sintetizzato dal fantomatico “sindacato” cui i malviventi fanno capo i cui effetti però non sono ancora stati testati sull’essere umano. Ed è così che incredibilmente quello strano veleno ha un effetto ancora più strano su Shinichi trasformandolo inaspettatamente in un bambino di 8 anni (10 a voler largheggiare)!! Superato il momento di smarrimento iniziale il “piccolo” Shinichi cerca di raggiungere l’unico a cui può rivolgersi ovvero il professor Agasa, simpatico nonnino (molto arzillo e sveglio) di mestiere “inventore” (delle invenzioni più assurde e disparate, alla Archimede Pitagorico tanto per intenderci) amico della famiglia Kudoh (il padre scrittore di gialli, curiosa coincidenza, e la madre attrice, sono entrambi all’estero). Convinto con un certo sforzo di essere il vero Shinichi anche se in versione ridotta, ecco che la situazione s’impenna (!) con l’arrivo di Ran, amica/eterna fidanzata (in realtà sono “fidanzati” alla giapponese, ovvero nessuno dei due osa guardare in faccia l’altro senza arrossire anche solo accennando all’argomento) del nostro protagonista e da lui mollata al Luna Park per dedicarsi alle sue pericolose (e stavolta fatali) indagini.
Venuta a cercare l’amico finisce invece per imbattersi in questo “amore” di bambino che, essendo presi alla sprovvista, viene spacciato per un lontano parente di Shinichi (che ha dovuto assentarsi per misteriosi impegni altrove) e che al momento di dire come si chiama non può fare a meno di ispirarsi ai primi romanzi che trova nel folto scaffale alle sue spalle (l’enorme biblioteca “gialla” di Shinichi) e il gioco è fatto, Conan Edogawa è appena nato! Consultandosi freneticamente col dottor Agasa entrambi giungono alla conclusione che la cosa migliore è che Conan vada ad abitare, almeno per un po’, da Ran così da poter cercare di indagare sui misteriosi uomini in nero che l’hanno ridotto “ai minimi termini”, grazie anche al fatto che il papà di Ran, Kogoroh Mohri (solo Goro nella versione tv), è anche lui di professione detective con tanto di agenzia investigativa. Oltretutto, i misteriosi individui appartenenti all’altrettanto misterioso “sindacato” alla scoperta che Shinichi non è veramente morto potrebbero venire a cercarlo per completare la loro opera ed è quindi meglio se per un po’ il piccolo Conan cambi aria.
E con questo incredibile ma anche divertente presupposto che prende l’avvio il manga di Detective Conan, nei quali si alternano i casi di omicidio più disparati sui quali viene chiamato proprio Goro a dare una mano dato che Shinichi è in pratica scomparso (è altrove a risolvere casi importanti si dirà talvolta), ad altri in cui si accenna a qualche particolare sui misteriosi uomini in nero o in cui viene esplorato il rapporto di Shinichi/Conan con la “fidanzata” Ran (che già dopo un tot di puntate vorrebbe giustamente anche rivederlo, non sapendo, l’incauta ragazza, che il successo della serie ha spostato molto in avanti il fatidico momento in cui i due potranno finalmente riabbracciarsi) ad altri ancora in cui Conan si ritrova a risolvere casi di omicidio nientemeno che con i suoi nuovi compagni di scuola (elementare) ovvero il grosso Gunta, il secchione Mitsuhiko e la bellina Ayumi che insieme decidono di fondare un club di piccoli detective (un bel gruppetto non c’è che dire). Di quando in quando abbiamo anche l’occasione di assistere al ritorno del vero Shinichi (giusto il tempo di risolvere un caso e farsi vedere un istante dalla sua preoccupatissima spasimante per poi ritornare rimpicciolito a causa di un curioso effetto collaterale di un alcolico bevuto per sbaglio durante un’influenza…embè…che avete da guardare, a me sembra una spiegazione più che ragionevole!) e/o alle sue sfide con un altro giovane investigatore pure lui parecchio presuntuoso e pure lui intenzionato a fregiarsi del titolo di “più grande detective giapponese”!
Al di là del target “basso” dei protagonisti la serie è tutt’altro che infantile, i casi cioè non sono assolutamente all’acqua di rose anzi, gli omicidi sono spesso dei più efferati, con morti sparati, decapitati, accoltellati, avvelenati, impiccati e chi più ne ha più ne metta (e non fanno eccezione anche i casi che risolve coi suoi piccoli amici); la serie è scritta con brio, con parecchie battute divertenti a cesellare le situazioni anche più drammatiche, dosate sempre e comunque con attenzione e mai fuori luogo.
I “gialli” stessi poi sono costruiti con mirabile abilità, non avendo nulla da invidiare a quelli del ben più famoso Conan Doyle cui l’autore si ispira con tanto entusiasmo, motivo principale a mio avviso dell’eclatante successo cui la serie gode ancora oggi. Unico neo se vogliamo è la versione tv; dovendosi dilatare virtualmente all’infinito a causa dell’enorme successo diviene sempre meno credibile vedere in continuazione un bambino che sistematicamente si aggira sui luoghi dei delitti più sanguinolenti solo perché al seguito di Ran e Goro (con tanto di poliziotti che rispondono pazientemente ai suoi vari quesiti ogni volta), così come diventa troppo abusato il trucco finale che gli consente di risolvere ogni caso ovvero sparare un dardo soporifero da un orologio con tanto di mirino e imitare la voce di qualche adulto grazie ad un modulatore posto nel papillon (entrambe invenzioni del quanto mai opportuno dottor Agasa). Quasi sempre si tratta di Goro, talvolta invece basta regolare il papillon e stordire chiunque capiti a tiro, Ran, una sua amica, il primo scemo che passa ed adagiarlo poi con nonchalance su una sedia a capo chino mentre lui nascosto sotto a un tavolo o ad una scrivania risolve l’ennesimo complicatissimo caso. Oltretutto con tutti i dardi soporiferi che si è beccato nel didietro Goro a quest’ora dovrebbe essere perennemente addormentato…non che normalmente si noti molto la differenza… Stupisce anche il fatto che tutti gli facciano i complimenti per aver risolto (nuovamente) un caso e lui non faccia altro che ridere divertito e contento anche se non si ricorda nulla (aaaah, le lusinghe…). Al di là di qualche sbavatura quindi e tenendo conto che la serie tv è già di per sè meno “spinta” del manga (sia per un certo tipo di battute che di scene un po’ osè, con quasi sempre Ran come protagonista) e che risente anche di alcune ulteriori censure nell’edizione italiana (ma chi l’avrebbe detto) dovute al pubblico cui si pensa (erroneamente) indirizzata (leggasi, poveri e indifesi bambini) e all’orario del primo pomeriggio in cui va in onda, il manga è molto più brillante e vario che non la piatta, monotona e ripetitiva (al confronto) serie animata, che rimane comunque molto interessante (i casi sono sempre intriganti e ben congegnati anche se probabilmente non proprio tutti tratti dal manga e quindi farina del sacco di Aoyama), per cui la versione originale diventa un must a tutti gli effetti in grado di riservare colpi di scena a ripetizione e tanto divertimento.
Peccato che dopo la sfortunata versione della Comic Art (terminata col fallimento della casa editrice alla fine del 2000) ora il manga di Conan sia approdato alla Kabuki per una nuova e integrale riedizione fatta con tutti i crismi; peccato si, perché sebbene annunciato per Febbraio 2002 è poi via via slittato lungo tutto l’anno fino a giungere ad Ottobre dove “pare” sia stato avvistato alla sola manifestazione di Lucca, mentre nelle fumetterie a tutt’oggi ancora non s’è visto (fine Dicembre). Ultime notizie lo danno in dirittura d’arrivo entro breve, inutile dire che questo umile recensore non vede l’ora!
tetsuyatsurugi