sabato 6 giugno 2009

American Gods - estate 2002


American Gods di Neil Gaiman - romanzo, 523 pagine, 16,00 euro - Mondadori, collana Strade Blu


Sono vecchi, molto vecchi e stanchi; arrivarono molto tempo fa nel Nuovo Mondo affrontando l’oceano e le miserie di una venerazione e di un rispetto sempre più flebili e rarefatti, raccogliendo briciole con le quali sopravvivere. Ma non sono privi di forze e di energie, questo no: se la gloria non li circonda più con la sua aura, hanno pur sempre magia e potenza, per quanto ammaccate e polverose. Sono Loro, gli dèi del Vecchio Mondo. Pantheon con sulle spalle storie tramandate nei secoli, marcati stretti – ora - da nuove, giovani arroganti divinità globali e a la page che tramano in modi subdoli e sporchi per cancellarli completamente dalla memoria dell’umanità.
Shadow, un armadio d’uomo con la passione per i giochi di prestigio che ha appena finito di scontare il suo debito con la giustizia, si troverà coinvolto in quella che si annuncia essere la battaglia finale, un Armageddon pullulante di divinità che potrebbe svolgersi su diversi piani di realtà. Nelle settimane successive alla sua scarcerazione, Shadow varcherà soglie che conducono a mondi che nemmeno immaginava, conoscerà (eccome se le conoscerà…) creature (… e creatori…) che non potrebbero (né dovrebbero?…) esistere e si troverà al centro di macchinazioni cosmiche così potenti e misteriose da non poter essere pensate senza sentire pericolosamente vacillare la propria sanità mentale.
Ma Shadow è un uomo più forte di quanto egli stesso creda ed è sostanzialmente buono e degno, e ha un’abbondante riserva d’amore, di gentilezza e d’onestà dentro di sé; condizioni, queste, che si riveleranno preziose per il lavoro che dovrà svolgere, un lavoro molto più grande di quanto un semplice umano potrebbe sostenere…
Che nulla sia semplicemente come appare, Nei Gaiman ce l’ha mostrato già da tempo; o meglio: forse, quando guardiamo la strada diritto davanti a noi, siamo in grado di intravedere confusamente con la coda dell’occhio una realtà altra, ombre che si muovono cupe ai lati della nostra realtà pronte a dissolversi come nebbia o miraggio non appena cercassimo di metterle a fuoco.
Col suo romanzo American Gods, appena pubblicato in Italia da Mondadori, Neil Gaiman accompagna nuovamente il lettore in territori fantastici e s/conosciuti, attraverso miserie umane e divine che s’intersecano strettamente le une alle altre, razze – quella umana e quella divina – legate da sempre e per sempre. Oltre a Shadow, l’unico protagonista veramente umano, il romanzo pullula di presenze e personaggi che fanno parte del nostro partimonio mitico e culturale e che l’autore dimostra, come sempre, di conoscere e manipolare con risultati ottimi. D'altronde è proprio lui la voce umana del Maestro Tessitore capace d’incantarci usando i fili della sua tela fatta del materiale dei sogni..
Anche tra queste pagine il sogno è molto presente (e come potrebbe essere altrimenti?), importante al pari della veglia e parrebbe quasi di sentire l’aura del Signore Morfeo strisciare tra le pagine. Questo è uno dei motivi per cui American Gods sarà più che apprezzato dai cultori di Sandman: le atmosfere e il sapore che il romanzo lascia in bocca e nella mente del lettore, hanno molto in comune con quelle di cui sono permeate le storie del Signore dei Sogni.
Sia chiaro che Gaiman non pare proprio a corto d’ispirazione (anzi!) e non ricicla le sue stesse idee; si sta parlando di qualcosa di ben diverso dall’autoplagio o dallo sterile compiacimento. E’ come se l’autore avesse concepito un’intero, organico universo con regole proprie perfettamente funzionanti a livello narrativo, all’interno del quale si muovono e agiscono tutte le sue creature, indipendentemente dal mezzo espressivo scelto da Gaiman (fumetto, racconto, novella, romanzo…) Tutto ciò non solo non “disturba” minimamente il lettore, ma anzi introducendolo in un universo meraviglioso e crudele dal quale resterà piacevolmente invischiato, mantiene e rispetta anche il patto con chi ha già assaggiato quel mondo e che proprio le strade di quel mondo si aspetta di percorrere.
American Gods è un romanzo che usa materiale noto per raccontare una storia ignota, ecco. Gli unici due assiomi che valgono sono: le regole della Magia e l’ottima scrittura di Neil Gaiman, il quale produce oltre cinquecento pagine che si bevono d’un fiato, pronte per essere rilette e riassaporate e per scoprirvi ogni volta cose nuove. Sarà una lettura tutt’altro che lineare, ché anzi è qui richiesto il solito dovuto impegno da parte del lettore, la sua partecipazione attiva e meravigliata affinché tutto funzioni per il meglio. Lettura estiva perfetta, non perché “spensierata” e lieta, ma perché un freddo gelido accompagna tutti, protagonisti, comparse, lettori, dalla prima all’ultima pagina.
Orlando Furioso

American Moods, Foods, Boobs…
Lo ricomincerei solo perché mi è dispiaciuto finirlo. Non per le innumerevoli sottotrame che non ho colto, non per i riferimenti che mi sono sfuggiti, non per apprezzare una prosa che, pur scorrevole, non è così particolare e non è nemmeno la vera prosa dell’autore, ma quella della traduttrice. Ho terminato la mia lettura di American Gods dieci minuti fa, e già ne sento la mancanza. Gaiman ha cambiato la mia concezione di come si legge un libro, ha cambiato la mia concezione di come si tiene fede ai propri impegni, e più generalmente di come si vive. E tutto questo lo ha fatto senza volerlo.
Non lo saprò mai per tempo, ma forse ha anche cambiato la mia concezione di come si muore (questo però lo ha fatto più consapevolmente). La mia idea delle religioni, invece, è stata solo avvalorata da questa storia, ma si sa, in un’opera d’arte ognuno vede quel che vuole vedere, e cerca quel che vuole trovare.
Probabilmente è riuscito a cambiare la mia concezione di come si scrive una recensione, ma questo lo saprò solo quando avrò assimilato a sufficienza questo pezzo. Di sicuro, dicevo all’inizio del paragrafo, Gaiman ha cambiato il mio modo di pensare alla lettura. Mi sono reso conto da tempo di leggere per finire di farlo, per la quantità, non esclusivamente per il contenuto. Certo, magari sono anche in grado di assorbire le verità che il libro dispensa, o quelle che io credo dispensi (solita storia), ma il mio obiettivo iniziale, programmatico e raggiungibile, è finire il libro entro una certa data. Mettere una spunta su un elenco.
D’istinto, quando comincio a trovarmi a dieci, cinque pagine dalla fine di un romanzo, talvolta materialmente e talvolta metaforicamente tengo le mani sulla prima e sulla quarta di copertina, pronte a chiudere. Stavolta no. Stavolta speravo che l’ultima frase del romanzo rimandasse ad un sito internet in cui erano pubblicate altre trenta, cinquanta, cinquecento pagine di quella storia.
Non mi auguravo più – come mi capita di fare – che i protagonisti morissero, per essere sicuro di aver assistito ad uno spettacolo concluso in sè, alla narrazione compiuta e compita di tre mesi di accadimenti e di migliaia di anni di vite diverse.
Mi dispiaceva di non poter incontrare più Polunochnaja Zarja, che mi rimarrà sempre nel cuore (difficilmente lo farà il suo nome), o Shadow, del quale non riuscirò mai a farmi un’immagine fissa in mente (contro ogni logica, è più probabile che io ricordi il suo nome, che non viene mai fatto, piuttosto che quello di Polunochnaja), o il signor Nancy, al quale vorrei assomigliare da vecchio, se non nella divinità, almeno nel brio. Non volevo capacitarmi del fatto che la sabbia impalpabile del racconto mi stesse inesorabilmente sfuggendo dai pugni, e che forse se li avessi stretti di più sarebbe stato anche peggio, e alla fine non potevo far altro che aprire i palmi all’aria e soffiarci sopra. Non volevo che finisse, insomma. Ma niente rimorso (e per cosa, poi?), niente rimpianto (e di cosa, poi?).
Niente commenti, soprattutto. Non voglio ridurre questo romanzo ad una più o meno distaccata analisi della complessità che caratterizza la trama, della precisione socio-storico-economico-geografica con cui sono presentati personaggi ed ambienti o della fruibilità a più livelli dell’opera. L’unica cosa che mi sento di dire, e già mi vedo tradire – come faccio sempre – le mie intenzioni originarie, è che migliora sempre, continuamente. Di pagina in pagina, di parola in parola.
Da un certo punto in poi, l’ho avvertito nettamente, Gaiman era anche più felice. Con un libro a respiro così ampio, del resto, è quasi impossibile che non accada: chi scrive lascia scivolare dalle proprie membra attraverso la penna sin sul foglio il proprio stato d’animo, le proprie sensazioni, le proprie idee, nella maggior parte dei casi senza rendersene pienamente conto, ed è quindi evidente come in un arco di tempo molto dilatato si possa cambiare umore, e di conseguenza mutare anche la propria disposizione nei confronti di ciò che si crea e di come lo si crea. Al contrario, io sto scrivendo pressochè in simultanea le riflessioni che mi sovvengono, quindi è improbabile che i suoni che annuso, i colori che assaggio e il piacere che intuisco dopo aver appena finito di leggere American Gods – ammesso che io riesca a trasmetterne una minima parte – siano falsati dal troppo tempo passato tra l’inizio della stesura e la sua fine.
Dicono sempre che non si scrive di getto, eppure se non fossi partito in quarta davanti al foglio (virtuale) bianco non sarei mai più stato in grado di parlare di questo lunghissimo racconto senza finire per fargli le pulci (in senso buono).
D’altra parte, quando scrivo pezzi di “critica”, lo so, finisco per parlare di questioni tecniche che interessano me e pochi altri come me, aspiranti dilettanti apprendisti scribacchini, ai quali può essere utile sapere come si caratterizza un personaggio o come si crea un espediente narrativo intelligente (per inciso, in questo libro ce n’è uno strepitoso, assolutamente sublime). E invece no, ora che ne abbiamo l’opportunità parliamo di fiori che sbocciano o di brezza estiva sulla schiena sudata, se vogliamo, ma parliamo d’altro. Parliamo di ciò di cui parleremmo se fossimo totalmente ignoranti in ogni argomento, se avessimo letto solo questo libro (il che, nel mio caso, non è molto distante dalla verità). Discutiamo in termini di “bello” e “brutto”, “buono” e “cattivo”, non “sapido” o “insipido” o – peggio – “tecnicamente superlativo ma non mi ha entusiasmato”. Invisibles, quando lo lessi, mi prese così. Alla sprovvista.
Non avevo mai letto una cosa del genere, e mi mancavano le parole per parlarne. Ecco, American Gods pure mi ha preso alla sprovvista, ma a differenza del fumetto di Morrison, che suscitava in me una brama di energia, di visioni mistiche, di cospirazione e di allucinazioni non indotte, un’esaltazione genuina e sopraffacente, quest’opera di Gaiman mi ha lasciato ad annaspare al rallentatore e senza paura a un metro dalla riva, conscio di poter uscire dall’acqua in qualsiasi momento, semplicemente puntando i piedi sulla sabbia; mi ha lasciato un sottofondo di dormiveglia, di impressioni più che di espressioni, di tentativo disinteressato di ricordare un sogno al quale più mi avvicino e più me ne distacco.
E per una volta potrei non far leggere questa recensione a nessuno: potrei non proporla ad un sito, potrei non imporla in un forum, potrei non stamparla. Potrei persino staccare la spina del computer prima di salvarla, e questa recensione rimarrebbe esattamente ciò che per me rimarrà – a meno di eventuali ma inverosimili riletture – American Gods. Un dejà-vu, un pensiero, un fruscìo.
Daniele Zinni