mercoledì 10 giugno 2009

Alan Moore: intervista - 2004


intervista ad Alan Moore su "Voice of the Fire - A novel", da addblog.com

DISCLAIMER: Intervista originalmente pubblicata su www.addblog.com - copyright e tutti i diritti riservati agli autori - 2004
Alan Moore è il più grande scrittore di comics, per quanto alcuni sceneggiatori - pochi - abbiano cercato di sminuirne l'importanza in una gara riuscita soltanto a dimostrare l'invidia e l'astio nei confronti di quello che rimane un modello da seguire sia come caratura di concetti espressi, di stile letterario, di analisi psicologica dei personaggi. Inutile citare i numerosi lavori che, dagli anni '80 ai giorni nostri, hanno spazzato via vecchi preconcetti sul modo di fare fumetti per creare dei punti fermi coi quali tutti quanti, autori e lettori, hanno dovuto fare i conti.
Nel 1996 è stato pubblicato il suo primo romanzo, in realtà una serie di racconti che narrano la storia, attraverso i secoli, di una cittadina inglese (una poco mascherata Northampton - città natale dell'autore), dal titolo Voice of the Fire. In seguito al successo avuto anche in Italia dai romanzi di un altro autore inglese di comics, Neil Gaiman, sembra che entro breve anche noi avremo modo di leggere l'opera di Alan Moore ed apprezzarne la complessità stilistica (un solo esempio di questa è il primo capitolo, narrato in prima persona da un uomo primitivo con un linguaggio completamente creato dall'autore).
In attesa di leggere, sempre qua su Fumetti di Carta, una recensione del romanzo, vi presentiamo una lunga intervista ad Alan Moore realizzata nell'aprile 2004 da Alan David Doane in occasione della riedizione cartonata di Voice of the Fire per la rubrica "The Five Questions" presente sul sito addblog.com (e su newsarama.com) , così da incuriosirvi maggiormente e fornirvi alcune chiavi di lettura dell'opera direttamente dalla voce dell'autore.

Cosa ti ha fatto prendere la decisione di scrivere un racconto della portata di "Voice Of The Fire"?

Alan Moore: Probabilmente il fatto che ho abitato per tutta la vita a Northampton...nato e svezzato a Northampton come si dice da queste parti. Questa città mi ha sempre affascinato moltissimo e mi è sempre sembrato un paradosso che una città così ricca di storia sia ancora così poco conosciuta. Gran parte delle gente in Gran Bretagna si ricorda di Northampton come di una vaga visione sull'autostrada M-1 che collega Londra a Birmingham, ma quando ho preso la decisione di scrivere un romanzo sulla città ed ho iniziato le ricerche sulla sua storia, mi sono accorto che Northampton è, in realtà, il centro dell'intero cosmo.

E' una storia davvero ricca: inizia ai tempi dell'età della pietra quando vivevano qua alcuni cacciatori di mammut, quando ovviamente questi animali esistevano ancora e continua all'età del bronzo con l'influenza dei Celti ed all'età del ferro con l'invasione romana e così via. E' per questo che la città è il centro di molte cose e non solo per la sua posizione geografica in Gran Bretagna. Per esempio: i genitori di George Washington ed i nonni di Benjamin Franklin, sempre che le mie notizie siano giuste, vivevano in due piccoli villaggi nel Northamptonshire durante la Rivoluzione Inglese, rispettivamente qui ed in un paesino chiamato Ekton. Si spostarono prima della fine della guerra: la Rivoluzione si concluse proprio qui a Northampton e la città divenne un po' troppo rumorosa durante il diciassettesimo secolo; e così emigrarono in America e, da come la vedo io, la bandiera americana è in verità basata sulla disposizione dei villaggi sulla oscura collina del Northamptonshire.

Francis Crick, l'uomo che scoprì il Dna, viveva a Northampton, ha frequentato la mia stessa scuola e, anche se ovviamente ci separano diversi decenni, siamo andati allo stesso catechismo domenicale che si trova in fondo alla mia strada. Gran parte della storia britannica si è svolta qui: la Guerra delle Rose e la Rivoluzione Inglese sono terminate a Northampton e, come mi piace ricordare, il "Complotto della Polvere da sparo" è stato ordito qui: fu un tentativo di fare esplodere il Parlamento inglese nel 1605, un tentativo che celebriamo ancora perché può anche essere fallito, ma l'intenzione era quella buona! E Mary, regina degli scozzesi è stata decapitata qui...questo è un posto con una grande storia alle spalle; è vero, non sono avvenimenti troppo positivi, ma secondo me questo è un luogo fondamentale sia per la vita degli inglesi e non solo...anche per la vita dell'intera umanità.

E' nata così la convinzione che Northampton possa essere il centro di tutto il cosmo ed io ci credo davvero. Come credo che sia un posto speciale come ne esistono tanti nel mondo: io penso che se una persona qualunque che vive in un posto qualunque sulla Terra, avesse il tempo e la voglia di fare delle ricerche, troverebbe proprio sotto i suoi piedi, nel suo giardino, incredibili resti di civiltà antiche. Troppo spesso nel ventunesimo secolo ed anche in tutto il ventesimo, passiamo la nostra esistenza a camminare o guidare su strade di cui non capiamo la vera essenza: le vediamo ogni giorno e siamo talmente abituati a vederle da considerarle semplici manti d'asfalto e blocchi di cemento, quando invece potremmo scoprire che in questa strada c'era un manicomio dove è stato rinchiuso quel certo poeta, oppure che un certo omicidio è stato commesso qui o che una certa leggendaria e favolosa regina è stata sepolta proprio qui. Sono tutte queste piccole storie che rendono molto più speciale il posto dove viviamo, basta conoscerle. Bisogna comprendere che non state camminando su strade tristi e noiose, ma su favolosi viali piene di idee bellissime e di storie incredibili. Se riusciamo ad apprezzare appieno il luogo in cui viviamo, la vita diventa un'esperienza molto più ricca da fare; è stata una risposta molto tortuosa, ma spiega perché ho deciso di scrivere "Voice Of The Fire".

Ehm, a dire il vero hai appena risposto alle mie prime quattro domande...

Alan Moore: Oh...[Ride], bene così, allora...

Va bene, passiamo alla quinta. Immagino che, durante la creazione delle storie di "Voice Of The Fire", dopo aver fatto le tue ricerche e dopo aver assemblato il materiale in tuo possesso, probabilmente avrai trovato alcune sorprese, qualche cosa che prima non ti aspettavi di trovare?

Alan Moore: Sì, ci sono state moltissime cose che mi hanno sorpreso. Uno dei patti che avevo fatto con me stesso quando ho iniziato il libro era che questo romanzo dovesse venire etichettato come un opera di fantasia, perché è solo con questo tipo di lavori che hai la libertà di speculare sulla gente e sulle loro vite. Ho pensato che sarebbe apparso più reale ed immediato se fossi riuscito ad entrare nella testa di questi personaggi storici che stavo mettendo insieme ed ovviamente tutto questo richiede la fantasia. Ma volevo che fosse al contempo strettamente basato su fatti e circostanze realmente accaduti quando ciò era possibile; così, con questa convinzione in testa, ho scoperto che alcuni temi e situazioni ricorrenti emergevano dal libro.

Per esempio gran parte delle storie sono ambientato nel mese del mio compleanno [è pure il mio! N.d. Albyrinth], cioè novembre. Ci sono alcuni elementi che continuavano a tornare e tornare ancora in varie storie, tanto da essere dei veri e propri temi ricorrenti. C'è gente con le gambe ferite, gente con gambe completamente staccate, ci sono un sacco di orridi cani neri e spettrali, un sacco di teste mozzate e parecchi fenomeni naturali piuttosto allarmanti. La vera scommessa con "Voice Of The Fire" è stato sapere che, se dovevo narrare questi piccoli pezzi della storia di Northampton, avrei dovuto farlo narrando il tutto in prima persona e dovevo trovare un uomo o una donna di quel periodo che assolvesse quel compito. Poi ho capito che l'ultimo capitolo sarebbe dovuto essere ambientato nel presente e che doveva essere la mia voce a narrarlo. La questione non era di inventarsi dei fatti, ma che doveva essere la mia voce a descrivere questa particolare realtà, sia che fossero accaduti o no a proposito di questo particolare mese, o di qualunque altra cosa trattasse l'ultimo capitolo del libro; a dire il vero, alla fine per pura coincidenza il mese era proprio novembre. Ho iniziato a scrivere l'ultimo capitolo senza sapere se sarei stato capace di risolvere tutti i temi e le situazioni di cui avevo parlato in tutto libro, perché se la città stessa non mi avesse procurato una fine, beh, avrei gettato al vento gli ultimi cinque anni di lavoro ed avrei dovuto ridare indietro l'assegno che mi avevano dato per il libro.

Come spesso capita, in modo abbastanza inquietante, ci furono una serie di eventi che mi fornirono i giusti spunti per finire in modo soddisfacente il libro, cose come teste mozzate e grossi cani neri, spesso in congiunzione con altri eventi. Così è stato davvero inquietante certe volte, non solo sorprendente, ma addirittura inquietante. Ci sono momenti nella vita di uno scrittore, soprattutto se lui o lei tratta di qualcosa di molto vicino alla propria casa, in cui talvolta i confini tra finzione e realtà si assottigliano pericolosamente e, sì, questo è successo più di una volta durante la lavorazione di "Voice Of The Fire". Ci furono cose molto sorprendenti nella prosa e cose altrettanto sorprendenti nella vita reale, che, in qualche strano modo, ne erano l'eco o lo specchio. E' stata un'esperienza davvero insolita.
Senza voler svelare troppo, l'ultimo capitolo di "Voice Of The Fire" è stata una delle cose più sorprendenti lette in vita mia...

Alan Moore: Bene, grazie mille.

C'è una frase in quel capitolo e penso che tu abbia già capito a cosa mi stia riferendo. Parlo di quella parte dove viene ripetuto "L'uomo scrive le parole, l'uomo scrive le parole"...

Alan Moore: Sì...

Questa frase ripetuta sembra non avere alcun senso fuori dal suo contesto, ma, quando leggi il libro, lega insieme le sue centinaia di pagina e le sue migliaia di anni ed in pratica ti proietta nella stessa stanza con...Alan Moore!

Alan Moore: Beh, a dire il vero spero che non ti porti in qualche modo solo nella stessa stanza con me, ma addirittura dentro di me. E' vero, ho tentato di legare tutto insieme nell'ultimo capitolo: ho tentato di mettere dentro la mia vita, la mia coscienza, la coscienza di tutti i lettori e tutti questi fatti di cui avevo scritto; volevo legarli tutti insieme e...beh, intendo dire, fino a quel punto, potresti pensare, sbagliando, che "Voice Of The Fire" sia semplicemente una raccolta di storie vagamente correlate tra loro, basate sul tema comune di Northampton. Nell'ultimo capitolo invece è chiaro che, e mi sono sorpreso come chiunque altro, te lo assicuro, è basato anche su di me, seduto, che scrivo il racconto e sullo stesso processo di scrittura. Sì...sono contento che sia stata questa la tua reazione a quella frase particolare, perchè mi diede un live formicolio alle mani mentre la battevo. Pensai: "Sta diventando una cosa inquietante, stiamo esplorando un territorio interessante adesso."

Il formicolio che ho provato non è stato certo lieve, mettiamola così...

Alan Moore: Oh, grazie!

Come ho detto sorprendente. Cioè, avevo già letto la tua precedente graphic novel, "From hell" e ci furono alcuni punti nella storia dove pensai che avevi veramente abbattuto la barriera tra scrittore e lettore, una barriera che non era mai caduta prima in nessuna che avevo letto fino ad allora...

Alan Moore: Grandioso...

E l'effetto in "Voice Of The Fire", non sono sicuro di cosa sia stato scritto prima, ma mi è sembrato ingrandito un centinaio di volte rispetto a quei momenti in "From Hell" dove entri nella mente dello scrittore; nel capitolo finale di "Voice Of The Fire", come hai detto tu e non ci avevo ancora pensato in questi termini, ma è assolutamente giusto, in pratica il lettore diventa Alan Moore in ogni senso.

Alan Moore: Beh, intendo dire, una delle cose che agevola questo tipo di effetto nell'ultimo capitolo è che, principalmente per ragioni puramente istintive che io stesso non riesco a comprendere a fondo, io non uso mai le parole "io"o "me" o "mio" nell'ultimo capitolo. E' una narrazione in prima persona senza la prima persona. Non so se questa ne sia la conseguenza, ma in qualche modo sembra che lasci una fessura all'interno della narrazione in cui il lettore può infilarsi senza che gli sia ricordato costantemente che è un differente "io", quello che sta parlando. Sì...come ho detto, non riesco a comprendere pienamente i miei processi di scrittura, ma sembra che funzioni bene e questo è grandioso; sono davvero contento per aver ottenuto questo tipo di risultato.

Una delle cose che lega "From Hell" e "Voice Of The Fire" è, tenendo conto che li ho ideati più o meno conteporaneamente, anche se poi sono passati un paio di anni da quando iniziai a scrivere "From Hell" a quando cominciai "Voice Of The Fire", che quando ero arrivato a metà di entrambe le opere ho deciso di diventare veramente un mago ed ho iniziato uno serio studio sia teorico che empirico dell'occulto. E questo è abbastanza legato a certe parti di "From Hell", dove veniamo a conoscenza di alcuni dei pensieri di William Gull sulla natura degli dei e, intendo dire, originariamente stavo scrivendo solo dei balooon di dialogo per riempire una vignetta e finire una tavola, ma poi alla fine ho scritto quaclosa sull'unico posto dove, senza alcun dubbio, gli dei esiston: la mente dell'uomo, dove loro sono reali ed esistono in tutta la loro grandiosità e mostruosità. Quando scrivevo le parole per quei baloon è come se mi fosse suonato un campanello in testa: mi sono fermato ed ho pensato a quelle parole e capii che, incidentalmente e per puro caso, avevo scritto qualcosa di vero, qualcosa che non avevo veramente preventivato e quello fu l'inizio di una serie di ragionamenti che, come ho detto, mi ha portato ad una meditazione molto seria su quella che suppongo possa essere tranquillamente definita come magia.

Di certo questo ha dato una nuova valenza al finale di "From Hell" ed a quello di "Voice Of The Fire". Cioè, anche "Voice Of The Fire" è stata un'altra sopresa per me. Avevo cominciato la prima storia e mi ero concentrato su di uno stregone del paese che stava tentando di scrivere un testo di una canzone, una serie di parole, uno scioglilingua per aiutare la genta a ricordarsi la posizione della sua casa. Alla fine del libro, mi sono improvvisamente accorto che quello stregone ero io e stavo cercando di fare esattamente la stessa cosa. Anche se ci tengo a chiarire che per quanto mi riguarda, non sono certo coinvolto in nessun rituale che comporti il sacrificio di bambini, giusto per evitare che qualcouno si faccia strane idee, sai com'è...

E' questo ll tema portante di "From Hell", quello che mi ha veramente colpito della graphic novel che, sfortunatamente, non penso sia stato messo nel film tratto dal libro...

Alan Moore: Mai visto il film, quindi lo sai meglio di me...

Ok, beh...sarebbe stato impossibile ricatturare tutte le sfumature di una graphic novel di seicento pagine in due ore di qualsiasi film, ma la cosa che mi aveva colpito del fumetto era il potere trasfigurativo dell'arte che trasfigura l'artista e gli dona il potere di scoprire i segreti dell'universo, o quantomeno del proprio universo personale ed io penso che questo sia un tema importante. I due libri, intenzionalmente o meno, sembrano connessi: anche alla fine di "Voice Of The Fire" sembra di udire...una specie di eco di questo tema.

Alan Moore: Beh, penso sia vero. In entrambi i libri, la mia relazione con il pensiero magico mi ha donato una relazione diversa con il mondo circostante, o quantomeno lo vedo in modo diverso e questa potreste chiamarla comunque magia: ti dona una visione non solo diversa, ma probabilmente anche più utile. E' stato questo potere che mi ha donato una visione diversa della storia e dell'esperienza umana. E, seguendo questo ragionamento, quando pensai per la prima volta a "From Hell", volevo solo realizzare un libro su di un omicidio...è stato molto prima che decidessi che questo libro fosse dedicato agli omicidi di Whitechapel. Fortunatamente solo molto pochi di noi uccidono o vengono uccisi. L'omicidio, preso come evento a sè stante, è una situazione umana incredibilmente rara. Comunque sia, è e rimane una situazione umana, anzi è la condizione umana all'estremo, se vi piace pensarla così.

Pensai che sarebbe stato possibile esaminare un omicidio in un modo diverso da quello a cui siamo abituati normalmente. Mi colpii l'idea che fosse possibile mettere da parte la tipica nozione basato sul "chièstato" che, grazie ad un sacco di gialliste inglesi, è diventata una situazione tipica nei libri gialli e nei libri basati su crimini: l'omicidio viene trasformato in un gioco da salotto per la classe media, più o meno come Cluedo, dove una volta che tu sai chi è stato, dove l'ha fatto e se l'ha commesso con la chiave inglese o il candelabro, ecco...hai risolto l'omicidio. Con "From Hell" sono partito dalla convinzione che questo fosse un modo semplicistico di risolvere un delitto: trovare una soluzione non significa solo scoprire chi sia stato e perchè, ma rendere la situazione completamente trasparente e chiara, per vedere le pressioni sociali e culturali da cui è nato l'omicidio e vedere come questo, in ritorno, ha influenzato la società. Insomma, tutta la serie di vari eventi ed avvenimenti che si originano da quell'omicidio.

Pensai: con questo tipo di analisi e con questo tipo di occhio, osservando un omicidio, un evento estremamente umano, mi accorsi che sarei stato capace di dire qualcosa di più generale sull'intera situazione dell'uomo. E la stessa cosa succede con "Voice Of The Fire" in modo leggermente diverso. Come ho detto, "Voice Of The Fire" non è semplicemente un tentativo di dimostrare che Northampton sia l'epicentro dell'universo, nonostante io ne sia assolutamente convinto; è più un modo di sottolineare che ogni luogo, che sia la casa dove viviamo, il panorama che vediamo, qualunque cosa sia, è molto più ricco e più importante e più strano e più bello di quanto abbiamo creduto sino a questo momento. Con "From Hell" stavo tentando di concentrarmi sull'omicidio come situazione umana e su cosa questo significasse per l'uomo, per la società e la cultura inglese. Con "Voice Of The Fire", penso di essermi concentrato sul luogo, sul panorama che stiamo osservando dal posto in cui stiamo adesso, ma, ancora una volta, con un tipo di occhio influenzato in gran parte dal mio pensiero magico sviluppato recentemente. Penso sia questa la connessione tra i due libri.


Hai passato una parte significativa della tua carriera di scrittore su fumetti e graphic novel, come From hell, di cui abbiamo appena parlato, Watchmen e La lega degli straordinari gentlemen. Sei ritenuto da molti una figura chiave nella storia dei fumetti e mi stavo chiedendo se avevi voglia di parlarci un po' di come questi fumetti hanno cambiato la tua carriera e, ovviamente, il corso dell'industria del fumetto al momento in cui li hai scritti.

Alan Moore: Beh, il mio obiettivo originale era semplicemente quello di tentare procurarmi da vivere molto modestamente come una specie di disegnatore sub-underground. Mi ci vollero un paio di anni per capire che non sarei mai stato capace di disegnare abbastanza bene da soddisfarmi o abbastanza veloce da poter crearmi una carriera come disegnatore. Giunto a quel punto decisi che forse era il caso di provare a fare lo scrittore, perché pensai che forse sarei stato più a scrivere le storie piuttosto che a disegnare le vignette che le accompagnavano. Così iniziai una carriera da scrittore e, sin dall'inizio, mi imposi un paio di regole…decisi che non avrei mai scritto una storia a cui non ero personalmente interessato. Pensai che questa era un'utile imposizione che mi avrebbe aiutato ad evitare di cadere nel lavoro noioso, che è sempre un pericolo in un'industria dove le scadenze sono terribilmente pressanti. Così ho sviluppato una regola sull'accettare gli incarichi…anche quelli più promettenti, e trasformarli in qualcosa che fosse divertente anche per me, che fosse al tempo stesso d'intrattenimento e intellettualmente stimolante o che almeno il mio uso del linguaggio e dello storytelling lo rendesse tale…insomma che ci fossero elementi tali nella storia da fornirmi una sufficiente motivazione per fare un buon lavoro.

Seguendo semplicemente questo metodo mi ritrovai sempre più ricercato in Inghilterra e poi, poco dopo, arrivò la Dc e mi chiese di scrivere Swamp Thing ed io ho semplicemente continuato a scrivere nello stesso modo, tentando di renderlo interessante dal mio punto di vista, perché quello che penso è che se non sono io stesso interessato al fumetto, perché mai dovrebbe esserlo il lettore? Alla fine mi sembra un concetto fin troppo ovvio: c'è qualcosa nell'entusiasmo dello scrittore che viene comunicato al lettore. Penso che i lettori si rendano conto se una particolare storia sia stata una rottura di scatole per lo scrittore perché diventa palese.

Quindi, per rendere queste cose interessanti per me, capii che dovevo renderle il più radicale possibile. Mi aspettavo che questo mi avrebbe creato qualche problema in più, ma scoprii che i lettori stavano rispondendo bene a questo approccio e trovai la cosa incoraggiante. Così ho continuato ad utilizzarlo sempre maggiormente ed ottenni molto supporto da Karen Berger e da altre persone alla Dc a quel tempo e sembravano apprezzare il fatto che il fumetto stava crescendo ogni mese nelle vendite; sembrava un riscontro del fatto che stavamo facendo qualcosa di giusto. Così sono stato incoraggiato a sperimentare quanto volevo e, fortunatamente, è il tipo di libertà di cui ho goduto da allora nel mondo dei fumetti. Penso che la gente si fidi di me perché sa che probabilmente farò qualcosa di almeno interessante; potrebbe essere un po' folle, disturbante o qualcosa di simile, ma sarà probabilmente qualcosa di interessante. E, se tutto è in mano mia, probabilmente non spaventerò troppo i lettori ottenendo così un buon risultato.

Come il mio approccio ha cambiato il mondo dei fumetti? Proprio non lo so. Qualche volta, nei miei giorni peggiori, tendo a ritenere che gran parte della mia influenza sia stata negativa, che forse la gente che ha letto il mio Swamp Thing o Watchmen o uno dei tanti lavori che ho scritto negli anni '80 non è riuscita a comprendere l'impellente bisogno di sperimentare e di ampliare i limiti della forma e del medium che stava dietro a quelle opere. Sembra quasi che un sacco di lettori abbiano solo compreso la violenza, un certo tipo di snobbismo intellettuale…e poco altro e la cosa ha condannato il mondo del fumetto ad un sacco di storie molto deprimenti e crudeli nati sulla scia di Watchmen. Forse sono troppo severo, come ho già detto dipende dai giorni, dipende da come mi sento ed oggi mi hai trovato in un giorno in cui sono stanco, quindi sono forse un po' troppo pessimistico in questo momento.

Intendo dire, mi piacerebbe credere che, se ho dato qualcosa al mondo del fumetto, sia stata la consapevolezza che il fumetto sia un medium dalle possibilità inesauribili, che ci sono stati…che si possano ancora scrivere grandi fumetti. Ci sono tante cose da fare con questo medium che non sono ancora state fatte, cose che le persone non riescono neanche ad immaginare. Se quindi ho avuto una qualche influenza sul mondo del fumetto, mi piace pensare che sia in questi termini. Puoi realizzare cose straordinarie con un misto di parole e disegni. E' solo questione di essere abbastanza diligenti, percettivi e di lavorare abbastanza da smussare continuamente il proprio talento fino a che non sarà abbastanza affilato da poter fare il lavoro che vi chiedono. Se ho lasciato una mia eredità positiva in questo mondo, spero sia questa, ma non so, certi giorni penso che abbia lasciato al fumetto solo una serie di personaggi seriosi, psicopatici e sarcastici; ma questo accade solo nei miei giorni no, quindi non farci caso.


Hai detto che quella era partì verso la metà degli anni '80 con opere come Watchmen o come il Dark Knight Returns di Frank Miller. Personalmente io la faccio iniziare ad una scena del tuo Swamp Thing dove appare la Justice League con Batman, Superman ed alcuni altri eroi e li presenti come dei virtuali che guardano verso l'umanità dalla loro base lunare. Ho sempre pensato che fosse lì, in quelle misere due pagine, che la ridefinizione del supereroe è veramente iniziata…

Alan Moore: Probabilmente hai ragione. Intendo dire che quella fu la prima volta che riuscii a mettere le mani sui tipici supereroi americani perché, ehm, Swamp Thing, navigava in cattive acque e, sorprendentemente, fino a quel momento era stato più un estraneo nel Dc Universe. Così con quel numero di Swamp Thing fu un'opportunità di poter giocare veramente con quei giocattoli che mi avevano divertito nell'infanzia. Potevo usare Flash e Superman e tutti questo eroi seduti intorno ad un tavolo nella loro base satellitare ed il modo in cui decisi di affrontare la scena fu quello di far tornare a questi personaggi parte del carisma e del mistero che possedevano, in modo da farli diventare agli occhi del lettori meno familiari del solito. Questo risultato fu ottenuto con qualche semplice trucchetto: non chiamo mai i supereroi per nome, sono quasi sempre seminascosti dall'ombra così che il lettore può vedere solo magari un piccolo emblema o una silhouette per poterli riconoscere. Ed ho usato un certo numero di frasi poetiche abbastanza evocative per descrivere questi supereroi familiari in un nuovo modo.

Ho parlato di Superman come di una persona che può vedere attraverso il pianeta e plasmare diamanti dall'antracite, che è una piccola frase maestosa, ed ho parlato di Flash come di qualcuno che si muove così velocemente che la sua vita è un'infinita galleria di statue immobili. Queste non sono profonde osservazioni poetiche, in ogni senso, ma forse offrono un modo fresco e nuovo di vedere questi personaggi che negli anni sono diventati fin troppo familiari e la familiarità porta ad una standardizzazione. Se sei abituato a questi meravigliosi ragazzi, questi grandiosi personaggi, lo stupore viene azzittito o soffocato, quindi il mio è stato un tentativo di restituire a questi personaggi una parte della scintilla che mi impressionò quando li conobbi per la prima volta. Ma…sì, potresti avere ragione, potrebbe essere partito tutto lì o…boh, non lo so, forse…ma Frank Miller non aveva già fatto cose simili su Daredevil?

Sì, ma secondo me lui stava lavorando in una tradizione che era già affermata, piuttosto che dare uno sguardo ai personaggi totalmente nuovo. Ed aggiungerei che, se gli scrittori che hanno seguito le vostre tracce allora, avessero tentato di imitare, come hai appena detto, le vostre sperimentazioni ed avessero tentato di guardare le cose da una diversa prospettiva piuttosto che copiarne solo il lato più oscuro, le cose sarebbero potute andare in modo molto diverso negli anni successivi.

Alan Moore: Sicuramente! E' quello che ho sempre detto riguardo al lavoro di Frank. Era…non era la durezza o la cupezza a fare la differenza, era la sua maestria nello storytelling e l'innovazione costante che ha mantenuto per tutto il suo ciclo su Daredevil e sul DKR e tutto il resto. E sì, sono d'accordo, avrei preferito che gli altri scrittori si concentrassero su questi aspetti piuttosto che su cose superficiali: il sesso, la violenza, quella specie di snobbismo intellettuale. Cioè…non è che tutti i fumetti usciti dopo Watchmen e DKR rientrasse in questa particolare categoria, ci sono stati grandi fumetti che non dovevano nulla ad altre storie, ma, nel mercato mainstream, penso che la nostra eredità…beh, avrebbe dovuto funzionare meglio. Probabilmente non è colpa mia e nemmeno di Frank, ma rimane sempre un piccolo rimorso, la sensazione che questa sia stata un'occasione mancata…
Parlando di eredità, il tuo scrittore discepolo, Neil Gaiman, ha annunciate, e sto citando, "la fine, o ci siamo vicini, di un lungo capitolo di trattative con una casa editrice incredibilmente scorretta e disonesta", riferendosi alla apparente chiusura del caso giudiziario che lo ha visto opposto a Todd McFarlane per I diritti di Miracleman, un personaggio che tu reinventasti e portasti alla ribalta negli anni '80. Mi stavo chiedendo se avei qualche considerazione da fare sulla chiusura del caso e cosa ti piacerebbe che fosse fatto con le vecchie storie del personaggio, incluse quelle scritte da te?

Bene, sono contento per la salute di Neil che il caso sia chiuso: dev'essere stato davvero brutto dover trattare con questo genere di cose negli ultimi due anni. E' sempre stato piuttosto ridicolo il fatto che ci fosse qualcuno che questo fumetto non lo ha mai scritto o disegnato a reclamare i diritti. Non sono sicuro dell'etica in tutto ciò…o meglio, ne sono sicuro, ma non riuscirei probabilmente ad esprimere il mio pensiero in modo gentile in questa intervista….è qualcosa di molto molto spiacevole, è una brutta figura e l'industria del fumetto non ne esce bene, visto che questo tipo di pratiche e di lotte non sono comuni in questo mondo. E' molto imbarazzante. Ma, incrociando le dita, se Neil avesse combattuto eroicamente attraverso questo tipo di giungla processuale e riuscisse ad attraversarla indenne, beh, allora sì, mi piacerebbe vedere ristampato tutto il fumetto.

Mi piacerebbe che fosse di nuovo disponibile nei negozi, così che i lettori non vengano più spennati per edizioni rare ed iperquotate dei volumi di Miracleman usciti negli anni '80. Penso che ci fosse dell'ottimo materiale in quei volumi, sto parlando del materiale scritto da Neil, penso che alcune sue storie fossero magnifiche, mi piacerebbe moltissimo vedere Neil concludere quello che aveva previsto per Miracleman. E Neil ha suggerito di creare un fondo a nome Miracleman o un fondo Marvelman e, nel caso le mie storie fossero ristampate, che i diritti finiscano a me ed al disegnatore. Se le storie di Neil e di Mark Buckingham fossero ristampate succederebbe esattamente la stessa cosa.
Qualunque soldo entrerà, dai fumetti o dal merchandise e cose simili, finirà al fondo a nome di Miracleman e non saranno i soldi di qualcuno in particolare, ma invece finiranno al "comic book legal defense fund" e se mai dovesse uscirne un film, anche se per quanto mi riguarda sono parecchio disincantato dal mondo del cinema, quindi non vorrei che fossero fatti più film tratti dalle mie storie, ma se proprio uscisse un film su Miracleman o Marvelman, allora non vorrei che il mio nome fosse citato e tutti i soldi potrebbero andare agli artisti collegati al CBLDF. Sarebbe semplicemente bello se il fumetto fosse pubblicato di nuovo da una casa editrice legittimata, con le pratiche a posto e con un giusto trattamento verso i creatori. Non lo voglio per tirarci su una fortuna, ma solo perché sarebbe bello vederlo ristampato, così come sarebbe bello sapere che Neil non dovrà più sgobbare in questo campo minato stressante e molto doloroso. Quindi tanto di cappello. Neil ha sopportato molto di più di quanto sarei mai riuscito per Miracleman.